Tubetto bis

Tanto per rompere le palle a chi usa questo blog per racconti personali e non per diffondere le imprese di quello che un tempo era un gruppo di fortissimi arrampicatori e alpinisti. Guardate come ci siamo ridotti.

Tubetto

Maria spara cazzate all’osteria del Tubetto, mentre beve un punch (a fine luglio).

LAOS dalle bici agli scooter

Il Laos ti trasmette la sensazione di essere nel Paese dell’armonia e dell’equilibrio, soprattutto grazie al Buddismo, che non a caso ammalia la nostra frenetica società occidentale.
Purtroppo è pur sempre una repubblica democratica popolare… con un solo partito… e quindi non brilla nel rispetto dei diritti umani, ma appare lontano da dittature più repressive.
Anche grazie agli affari con la Cina, il benessere è in lenta crescita: in città alcune case vengono “sfarzosamente” ristrutturate, gli scooter stanno prendendo il posto delle biciclette, non solo, come diavolo fanno a esserci ovunque così tanti fuoristrada Toyota nuovi di zecca?
Beh, mi dice il milanese Andrea che vive là da 3 anni, qui è più che mai fiorente la produzione clandestina di oppio… e poi il sistema burocratico pubblico genera una corruzione dilagante e radicata…
Ah, bene, anche in Oriente…???!!! Si sa, quando si tratta di soldi e potere, tutto il mondo è paese…..

Giunti nella tranquilla e carina Vientiane, saliamo verso nord, siamo in due e girare coi mezzi pubblici è molto comodo.
Il popolo lao è molto riservato, ma con sorriso spontaneo e non precluso agli sconosciuti, siamo invitati a partecipare a una ricca festa di matrimonio, e noi volentieri accettiamo…
Anche da noi si usa invitare ai banchetti i turisti passanti…?

A Luang Namtha e Muang Sing, girovagando nei mercati alimentari, ci divertiamo a osservare i diversi gruppi etnici che giungono dalle valli circostanti: che belle acconciature e che vestiti colorati!
La lunga camminata fra i villaggi limitrofi ci permette di vedere dove e come vivono.
Ancora mi stupisco nel vedere quanti milioni di persone al mondo abitino in capanne; anche qui sono molto belle da vedersi, in legno, paglia, bambù, sono “sopraelevate” su grossi tronchi, sia per far scorrere le grandi piogge monsoniche, che per creare spazio utile da usare sulla terra viva.
Chissà come deve essere viverci tutti i giorni.

Ho trovato entusiasmante la navigazione del Mekong, partendo dalla quieta Pak Beng. A bordo di eleganti barconi lunghi e stretti, il fiume scorre sinuoso fra spiaggette di sabbia fine, contorte formazioni rocciose, verdissime colline e piccoli villaggi brulicanti di vita, immersi nella vegetazione lussureggiante.
Verso sera, dopo una giornata di “lento andare”, accolto da un tramonto che ti abbraccia, ecco che approdi nella meravigliosa Luang Prabang, nascosta dagli alberi, una delle città più magiche che io abbia mai visitato.
Una piccola penisola ricoperta di eleganti ville in stile coloniale francese, arricchita da mille templi splendidamente decorati e un viavai di umanità che creano un’atmosfera di grande fascino.
Di giorno i turisti si disperdono nelle località dei dintorni: bellissime cascate, immerse in maestose foreste, formano un’infinita serie di vasche di acqua cristallina, dove si possono fare bagni rinfrescanti. Sacre grotte adornate da migliaia di piccoli Buddha e stupendi villaggi lungo il Mekong, dove si specchia un tramonto fiammeggiante.
Gli stessi turisti la sera si ritrovano in centro, ma parlano sottovoce, non sono invadenti, la città ti ispira quiete e delicatezza.
Poi basta uscire dal viale principale per ritrovarsi in vicoli silenziosi, che sembrano vuoti, misteriosi, fuori dal tempo, avvolti dai canti di preghiera dei monaci.
L’ultimo giorno, sotto una selva di rami intrecciati, saliamo sulla sacra collina che domina tutta la città, ti apre panorami incantevoli sui fiumi, sui boschi, sui tetti, e culmina con un piccolo tempio, simbolo di forte spiritualità.

er murena

MOZAMBICO quale strada per l’Africa

“Cosa vai a fare in Mozambico?”
Vado a vedere come vivono i mozambicani.
“Ma sono poveri, disperati, è pericoloso…”
Questo pregiudizio è molto diffuso qui da noi, ma non corrisponde alla realtà.
I popoli africani che ho conosciuto (così come quelli asiatici) nella loro “povertà” mantengono una purezza dell’anima a noi ignota.
Anche stavolta non abbiamo corso alcun pericolo, la criminalità quasi non esiste, e comunque molto meno che da noi. Ci invidiano? L’uomo bianco è sempre quello ricco, ma non c’è rancore, odio (neanche verso gli ex colonizzatori), bensì rispetto e ospitalità.

Non solo la gente è stupenda in Mozambico, lo sono anche i luoghi.
Siamo in due, in itinere, con mezzi pubblici e autostop; minibus e camion aperti che trasportano di tutto, sacchi, legname e animali. Un giro di circa 2.900 chilometri.
La verdissima Guruè, nella sua quiete idilliaca, ai piedi delle montagne, adagiata fra dolci colline ricoperte di piantagioni di te’.
Il villaggio di Pangane, dove si vive di pesca, in una manciata di capanne sparse sotto migliaia di palme raggianti.
Qua e là funambolici torrioni di granito, maestosi baobab, natura selvaggia e ovunque villaggi brulicanti di vita.
L’Arcipelago delle Quirimbas, verdi isole con spiagge di sabbia bianca e mare azzurrissimo, dove i trasporti dipendono da venti e maree.   Così, rientrando da una gita in dhow (le barche a vela tipiche della zona), becchiamo il mare mosso, dondoliamo fra le onde che ci inzuppano, e prendiamo una paura oceanica!
Un altro giorno, dopo ore di lenta navigazione, il vento svanisce del tutto, si dimentica di noi e arriviamo all’isola di Ibo in piena notte.   Indimenticabile però il profilo scuro della vela che, scricchiolando, si staglia contro la via lattea e miliardi di stelle.
Ma ecco che la barca si insabbia, cavoli, le luci sono lontane, manca ancora mezzo chilometro all’isola! Impavidi ci lanciamo, acqua alle ginocchia, zaini in spalla e via, una bella camminata notturna… Le stelle si riflettono tutte sull’acqua, e a ogni passo, fuggono via come lucciole impaurite.

Che bella l’esperienza del viaggio in treno, da Cuamba a Nampula, 3° classe, 357 km, 11 ore.
Alle 4 in stazione, costeggi il treno e senti il brusio misterioso delle persone già dentro; quando prendi posto ancora non vedi i volti dei compagni di viaggio, non c’è luce, ne percepisci le sagome. Poi il sole rosa, che sorge fra monti di granito, illumina e scalda, accende la vita.   Come mai tutti comprano sacchetti vuoti? Anche in aperta campagna, il treno si ferma scatenando vivacissimi mercati, frenetiche e divertenti trattative mentre dai finestrini volano colorati ortaggi e pollame ruspante! Noi stessi scopriremo di esser seduti sopra due rassegnate galline… Che spassosa girandola di umanità!

Stupisce sempre il contatto con la mentalità africana: l’Ihla de Mozambique è una stupenda isola in mezzo al mare azzurro, gioiello di architetture portoghesi, linee eleganti che nei secoli hanno elevato (a scapito di chi?) quello che chiamiamo senso della civiltà.   Oggi ovunque vi prevale la decadenza, case e palazzi fatiscenti, divelti, crollati, disordine, sporco, ma vita e atmosfere magiche.
A Quelimane le strade del centro non hanno buchi, ma vere e proprie voragini, dei crateri.
Lo storico e lussuoso Grand Hotel della città di Beira è stato saccheggiato e ora accoglie migliaia di persone che ci vivono stipati, senza luce, acqua e servizi igienici…

Un signore disse a Padre Luciano: io preferisco vivere 40 anni senza correre e godendomi la famiglia, che non 60 anni come voi, stressati e pieni di ansie e problemi.
Il minimo indispensabile per la sopravvivenza. Tante cose per noi importanti, per loro sono inutili. Le priorità sono altre: mangiare.   Giusto? Sbagliato? Chissà, intanto lasciamoli vivere, andiamocene dall’Africa, multinazionali, missioni, via tutti. Dopo averla schiavizzata, colonizzata e globalizzata, ora lasciamo che viva il suo percorso storico, la sua evoluzione del pensiero. Ci vorranno secoli? Noi abbiamo impiegato duemila anni…

Il bresciano Padre Luciano accudisce 40 ragazzi che ha raccolto dalla strada e, con i propri compensi di geometra (non riceve denaro dalla Chiesa), li mantiene per tutti gli studi fino a quando non hanno trovato un lavoro.   Uno di loro, dopo un soggiorno in Italia, gli ha detto che non vivrebbe mai nel nostro Paese. Come mai? Perché in Italia c’è una grave malattia. E quale? Da voi i bambini hanno tutto, ma sono tristi e si lamentano sempre…
E’ vero, quelli africani non fanno i capricci, sono compiti, negli scomodissimi bus locali stanno per ore immobili e senza fiatare.
Come più in generale diceva uno scrittore romano, per le condizioni in cui vive, la razza africana è senz’altro superiore alle altre…

er murena

ETIOPIA Bambini nella polvere

Se gli etiopi ormai sfiorano ufficialmente i 90 milioni, almeno 60 devono essere bambini.

E’ disarmante, ogni volta ti chiedi: ma quanti cavolo sono?

Anche nelle zone più aride, desolate e sperdute, non c’è pezzo di terra dove non vi sia almeno una capanna; ed ecco che spuntano fuori branchi di bambini gridanti, ti corrono incontro anche solo per guardarti da vicino, gioiscono quando li saluti, gli doni una bottiglia di plastica o giochi con loro, indossano vestiti ridotti a straccio.

Pochi giocano a calcio con palloni di stoffa, sui sassi, fra le mucche e le capre, a piedi nudi.

Ne abbiamo conosciuti alcuni che tutte le mattine camminando scendono a valle e impiegano 3 ore per arrivare a scuola.

Dove le classi hanno mediamente 60 bambini, ma fuori ne vedi ancora all’infinito.

E camminano. Salita o discesa non fa differenza.

Lavorano…   e tanto.

A 4 anni già li vedi fare i pastori, in luoghi remoti, ben lontano da casa. E camminano.

Trasportano di tutto sulla schiena, cosa che le ragazze faranno poi per tutta la vita: gerle, orci, sacchi, rami, legna. E camminano.

Si riversano in strada, dove tutti camminano in mezzo, non abituati alle pochissime macchine, ma ai muli.

Gli Africani camminano, camminano, camminano…

Siamo in tre, con la solita ormai storica Toyota Land Cruiser dell’85 e l’autista Haile.

Ci accolgono le cascate del Nilo Blu, che fanno un salto di circa 40 metri, fra colli e campi verdeggianti.

Nelle chiese del Lago Tana, quando assistiamo alle preghiere cantate di monaci e fedeli, cominciamo a percepire la spiritualità di questo popolo, soprattutto qui al nord.

A Gondar, ci siamo stupiti di fronte agli affreschi della chiesa di Debra Berhan Selassie, e nel visitare il centro imperiale fortificato, di inizio ‘600, un vero castello “medioevale” nel mezzo dell’altopiano africano.

Nel Parco dei Monti Simien ci sono enormi canyon, con maestose pareti rocciose, ampi valloni e slanciate torri di pietra.  Babbuini gelada, aquile e stambecchi; il paesaggio è selvaggio e abbastanza brullo nonostante la quota: arriviamo a 4.400 m. Dormiamo mille metri più in basso e la stellata è magica. Siamo ospiti di una famiglia che ci prepara il tradizionale caffè, e per la prima volta in vita mia… ne bevo uno anch’io!!!

Ad Axum non ci sono solo gli antichi obelischi, ma anche stupende chiese e interessanti siti archeologici.  Una città molto vivace, nella quale, pur essendo abbastanza grande, donne e ragazze vanno ad approvigionarsi dell’acqua in una grande vasca pubblica; è un rito quotidiano, come quello di caricarsi sulla schiena la tanica piena di trenta litri…

Comunque ci capiterà più volte di incontrare intere città che rimangono senza acqua ed elettricità per molte ore.

Eccoci all’estremo nord, nel Tigray, a pochi passi dall’Eritrea. Qui, in un territorio piatto, sassoso, quasi desertico, si elevano imponenti blocchi di roccia arenaria, sui quali, non si sa esattamente in che periodo, i religiosi hanno “creato” delle straordinarie chiese rupestri; queste sono letteralmente scavate nel mezzo delle pareti verticali della montagna!   Vi si accede dopo aver arrampicato nel vero senso della parola, sulle cenge si aprono piccole porticine in legno e dentro meravigliosi affreschi!

Tutto in uno scenario di panorami mozzafiato!

Isolamento totale, natura assoluta: il luogo ideale per la meditazione…

(Debre Damo, Abuna Yemata, Maryam Korkor, Daniel Korkor).

E come ciliegina sulla torta, l’incontro con un azalai, elegantissima carovana di dromedari che trasportano blocchi di sale estratto nel deserto!

Dopo mille vallate e villaggi, ecco infine la mitica Lalibela, città sacra per i cristiano ortodossi etiopi; vi giungiamo due giorni prima del loro Natale e facciamo in tempo a osservare le migliaia di fedeli i quali, sempre avvolti da un telo bianco che rende tutti uguali davanti al divino, arrivano qui in pellegrinaggio, alcuni in pullman, ma molti a piedi dopo aver camminato per decine di chilometri…   Poi semplicemente “alloggiano” su madre terra, si sistemano con qualche panno sul pendio terroso, si arrangiano per cucinare qualcosa e dormono sotto le stelle… Il brusio del loro vociare mi avvolge e rapisce.

Si recano in preghiera alle 12 chiese di Lalibela, assistono alle messe e processioni, si genuflettono davanti l’immagine sacra e baciano in tre punti la croce che il prelato gli porge.

Silenzio di preghiera e festosi canti inebriano l’atmosfera, magica.

Non sono chiese qualunque qui a Labilela, sono assolutamente uniche: scavate nella roccia ocra di tufo basaltico del piccolo altopiano, ma questa volta in profondità, e quindi “riscavate” al loro interno!   La più grande è lunga 34 metri, larga 24 e alta 12 (!), quindi in una “buca” di 40 per 20, e profonda 12…   incredibile!

Con tanto di colonnati, forme a croce, finestre elaborate e giochi architettonici; nonché un intricato labirinto di gallerie e cunicoli che collegano le chiese fra loro.

Mi fermo assorto a contemplare la fortissima devozione di questo popolo, così radicata da renderlo puro, estremamente onesto.

Ancora una volta mi chiedo con quale forza la fede possa dare serenità e speranza a persone che non hanno quasi niente dalla vita (almeno visto con i nostri occhi…), che ogni giorno devono occuparsi esclusivamente della sola sopravvivenza, bere e mangiare, nient’altro, in condizioni difficili, ai limiti.   Eppure qualcosa dentro li spinge a tirare avanti comunque, con grande dignità e spirito positivo.

A volte ho avuto l’impressione che questa fede venga quasi inculcata nell’animo sin da bambini, anche con dogmi discutibili ma obbligati;  però questo credo avvenga in ogni religione.

Se poi il risultato è quello di creare gente come quella etiope, allora forse va bene così

er murena

ECUADOR dalla selva ai ghiacci

Ritorno in Sudamerica; l’Ecuador, seppur piccolo, racchiude tutti i possibili scenari geografici, l’Oceano Pacifico, le Ande, l’Amazzonia.

E’ proprio immersi nella foresta che cominciamo il nostro giro (siamo in 4), nella Riserva di Cuyabeno, molto vicino al confine con la Colombia.
La navigazione sui fiumi ci conduce nel cuore della selva, dove, sovrastati da cedri maestosi, visitiamo i villaggi indigeni, sempre circondati da coloratissime farfalle (anche grandi più di una mano).
In piroga attraversiamo piccoli canali e scopriamo lo spettacolare “bosco sull’acqua”, con alberi e nuvole che si riflettono come pennellati dal miglior artista.   Dopo aver incontrato pappagalli, scimmie, piccoli boa, caimani, piranha e uccelli variopinti, eccoci finalmente in laguna, dove ci tuffiamo davanti a un rosso tramonto.
La notte è un ammaliante concerto di canti e suoni della natura, i più inverosimili, indimenticabili.
Dopo uno dei tanti trasferimenti in bus pubblico, arriviamo sulle Ande.
Banos è una bella cittadina in una valle stretta, ai piedi di un vulcano. Da qui, in bicicletta scendiamo lungo una verde valle, la cui parte bassa forma una gola, nella quale precipitano delle bellissime cascate.
Ad Alausì, dopo un imprevisto mercato, prendiamo il famoso treno che, grazie a un antico sistema di scambi unico al mondo, scende a strapiombo verticale sul versante della valle, così ripido da chiamarsi Nariz del Diablo.
Cuenca è un’affascinante città coloniale, molto vivace, simbolo del benessere che vive questo Paese.
Lì vicino c’è il Cajas, un incantevole parco punteggiato da centinaia di laghetti. Camminando fra lama e cavalli selvaggi, ho visto decine di varietà di fiori, muschi e arbusti colorati, un incredibile giardino botanico con boschi di quinoa, l’unico, bellissimo albero che può crescere qui, a quasi 4.000 metri.
Dopo il movimentato mercato di Saquisili, ecco la meraviglia: la Laguna di Quilotoa. Un enorme cratere vulcanico a 3.850 m, e sul fondo (400 m più in basso) un placido lago di acqua verde smeraldo! Spettacolare. Il giro completo del cratere è una delle più belle camminate che abbia mai fatto, tutta sul preciso filo di cresta, sentiero, roccette e sabbia: da un lato il pendio scosceso giù verso l’acqua, dall’altro valli sterminate, canyon e campi coltivati fino a 3.700 metri. Strepitoso.
Subito dopo, in un paesino sperduto, assistiamo a una festosa sagra, con tanto di disordinata corrida, bande che si alternano a suon di tamburi, trombe e tromboni a dare ritmo ai balli della folla, e fiumi di alcol, birra e succhi di mele fermentati. Sono tutti campesinos, poverissimi, ubriachi e contenti, che trovano nella festa e nell’ebbrezza quel momento stordito in cui dimenticare la dura vita che conducono. Vite che non hanno aspettative al di fuori della pura sussistenza. Tornano i soliti interrogativi e rifletto.
I vulcani. Quando le nubi lo permettono, il Cotopaxi (5.897 m) si mostra reale nella sua bianca e perfetta forma conica. Faccio acclimatamento presso il rifugio a 4.800 m (in macchina si arriva a 4.500), mentre 2 dei miei amici, con la guida ed enorme fatica, arrivano in vetta sempre avvolti nelle nuvole, sfortunatamente senza poter vedere alcun scorcio di panorama.
Sono davvero emozionato quando affronto da solo, con la guida Ivo, il Chimborazo (6.310 m). Arriviamo in macchina a 4.800 e poi al rifugio a 5.000, ma ancora non riesco a vederlo, è sempre coperto. Quando il secondo giorno, dopo un’oretta di cammino, finalmente si svela maestoso davanti a me, è indescrivibile, lo stupore mi pervade e io non riesco a trattenere la gioia.
Ahimè, da lì in poi i pendii diventano più ripidi, 40-45 gradi minimi e costanti, il ghiaccio è ottimo, ma comincio ad avere poco fiato.
Come previsto, arriviamo a 5.600 e mi immagino di trovare una sorta di “avvallamento”, un pianoro, dove ci mettiamo? In pieno pendio Ivo comincia a picconare come un pazzo, io lo aiuto molto poco, non ho abbastanza energie, e lui prepara la grande “buca”. Montiamo la tenda, mangiamo e riposiamo, per modo di dire. La notte sarà breve e agitata.
Siamo nuovamente avvolti dalle nuvole, in tenda fa -3, ma quello che non dimenticherò mai è il vento, forte e assordante, un suono fragoroso, inquieto e angosciante, ho avuto quasi paura che portasse via la tenda con noi dentro! 🙂
Quando all’1 e mezza usciamo, sono ancora attonito, in cielo ci sono miliardi di stelle, così vicine riescono a illuminare gli altopiani circostanti, non una nuvola, brillano le luci di città lontane. Entusiasmante.
Sì, ma il pendio attacca subito, non si placa. Si sta bene, il -10 non è un problema. Cammino a testa bassa, concentrandomi sulla respirazione e sulla velocità più lenta possibile, mai abbastanza, ma quando alzo lo sguardo Ivo è sempre esattamente sopra di me, non davanti, ma sopra.
Sono lento, il fiatone e un leggero ma fastidioso mal di reni non mi danno tregua (mi sa che ho pasticciato con due farmaci), per cui decido che è inutile strapazzarsi troppo (alla mia età poi!), e preferisco fermarmi a 6.000 metri. Sono le 5 (comunque mi perderei anche l’alba dalla vetta). Va bene così, sono felice ugualmente.
Alle 6 siamo già alla tenda, albeggia ed è uno spettacolo, colori superbi, panorama infinito.
Anche un effetto visivo che non avevo mai visto prima: il sole sorge dietro il vulcano e proietta la sua ombra conica davanti a me, ma sull’aria, sul cielo, e non sul terreno!
Con calma arriviamo al rifugio, sono le 7:30, c’è ancora un bel sole e il Chimborazo è meraviglioso.
Riposo, rientriamo, prendo subito un bus e alla sera sono già a Quito, neanche troppo stanco, con gli occhi ancora pieni di stupore e gratitudine…
La capitale è bellissima, caotica come tutte le metropoli, ma allegra, vivace, adagiata in una valle (a 2.850 m!) è lunga oltre 50 km! Il centro coloniale è perfettamente restaurato, palazzi antichi, colori pastello, decorazioni vive, belle chiese barocche ovunque, e una notevole basilica neogotica;  dai suoi campanili e dalla collina, il panorama sulla città si perde a vista d’occhio.
Infine il famoso mercato di Otavalo, dove, nell’area del bestiame, sono simpatiche le signorotte che passeggiano con al guinzaglio un bel maiale da vendere!
I mercati sono sempre il luogo in cui incontrare l’essenza di un popolo, o almeno una parte di essa. Ovunque la gente è veramente cordiale, disponibile, tutti si salutano e si parlano come se si conoscessero da sempre, e lo stesso con noi ospiti.   Pensavo ai boliviani, chiusi e arrabbiati, per il clima più freddo e la povertà. L’Ecuador gode di un discreto benessere (petrolio, gas, banane e i bonifici degli emigrati), è forse solamente questo che li aiuta a vivere con tale “serenità”?
er murena

GRECIA ma pochissimo mare!

La “fortunata” combinazione che il nostro ponte primaverile quest’anno coincidesse con la Pasqua ortodossa, mi ha indotto a visitare la meno conosciuta Grecia centrale.

Ecco che all’antico monastero di Osios Loukas assistiamo alla celebrazione del Venerdì Santo: avvolti da infiniti cori di melodie che ricordano lontanamente quelle gregoriane, i fedeli greci in processione passano sotto un baldacchino ricoperto di fiori, baciano le icone sacre, ascoltano in devozione le parole del monaco, che al termine sembra benedirli personalmente quando distribuisce a ognuno una manciata di fiori recisi, come augurio di buona fortuna.

Dopo la classica visita al sito archeologico di Delfi, finalmente arriviamo alle Meteore, sotto la pioggia. Qui passiamo due giorni a bocca aperta dallo stupore. Una spettacolare foresta di enormi torri di roccia apparentemente liscia, alte dai 30 ai 200 metri, che si elevano dal bosco e creano uno scenario unico. E ideale per la meditazione… I primi eremiti vi si rifugiarono a partire dall’XI secolo, mentre dal XIV, con scale e argani, furono costruiti veri e propri monasteri sulla sommità delle torri. Se nel ‘500 questi erano 24, oggi ne sono rimasti 6, ma uno più bello dell’altro, ancora abitati dai monaci ortodossi, tutti esposti sull’orlo del precipizio (!), con antiche chiese meravigliosamente affrescate, e un’atmosfera quasi magica; la stessa vissuta durante la cerimonia del Sabato Santo, quando la condivisione della fiamma dei ceri simboleggia la Rinascita…..
Giriamo fra le montagne di Metsovo, con boschi, fiumi e ponti in pietra, e Ioannina, col suo lago, la quieta e verde isola di Nisì, ed eccoci nel parco montano di Zagòria, a due passi dall’Albania.  Si apre davanti a noi il Vikos Canyon, una maestosa gola lunga una dozzina di chilometri, larga dai 20 ai 100 metri, con imponenti pareti rocciose di 500 metri e sul fondo un fitto bosco verdissimo. Spettacolo della Natura!
L’escursione è finalmente accompagnata dal sole, e due punti panoramici mozzafiato ci permettono di camminare su una cengia nel mezzo del muro di roccia, a strapiombo sul canyon! Fantastico, non riusciamo a venirne via…
Si scende veloci lungo la costa ovest, un tuffo nel mare di Tourlida, lo storico borgo di Lepanto, e Atene con l’Acropoli…
Deh, non si dica che in Grecia c’è solo il mare bello… neh !!!
er murena