“Cosa vai a fare in Mozambico?”
Vado a vedere come vivono i mozambicani.
“Ma sono poveri, disperati, è pericoloso…”
Questo pregiudizio è molto diffuso qui da noi, ma non corrisponde alla realtà.
I popoli africani che ho conosciuto (così come quelli asiatici) nella loro “povertà” mantengono una purezza dell’anima a noi ignota.
Anche stavolta non abbiamo corso alcun pericolo, la criminalità quasi non esiste, e comunque molto meno che da noi. Ci invidiano? L’uomo bianco è sempre quello ricco, ma non c’è rancore, odio (neanche verso gli ex colonizzatori), bensì rispetto e ospitalità.
Non solo la gente è stupenda in Mozambico, lo sono anche i luoghi.
Siamo in due, in itinere, con mezzi pubblici e autostop; minibus e camion aperti che trasportano di tutto, sacchi, legname e animali. Un giro di circa 2.900 chilometri.
La verdissima Guruè, nella sua quiete idilliaca, ai piedi delle montagne, adagiata fra dolci colline ricoperte di piantagioni di te’.
Il villaggio di Pangane, dove si vive di pesca, in una manciata di capanne sparse sotto migliaia di palme raggianti.
Qua e là funambolici torrioni di granito, maestosi baobab, natura selvaggia e ovunque villaggi brulicanti di vita.
L’Arcipelago delle Quirimbas, verdi isole con spiagge di sabbia bianca e mare azzurrissimo, dove i trasporti dipendono da venti e maree. Così, rientrando da una gita in dhow (le barche a vela tipiche della zona), becchiamo il mare mosso, dondoliamo fra le onde che ci inzuppano, e prendiamo una paura oceanica!
Un altro giorno, dopo ore di lenta navigazione, il vento svanisce del tutto, si dimentica di noi e arriviamo all’isola di Ibo in piena notte. Indimenticabile però il profilo scuro della vela che, scricchiolando, si staglia contro la via lattea e miliardi di stelle.
Ma ecco che la barca si insabbia, cavoli, le luci sono lontane, manca ancora mezzo chilometro all’isola! Impavidi ci lanciamo, acqua alle ginocchia, zaini in spalla e via, una bella camminata notturna… Le stelle si riflettono tutte sull’acqua, e a ogni passo, fuggono via come lucciole impaurite.
Che bella l’esperienza del viaggio in treno, da Cuamba a Nampula, 3° classe, 357 km, 11 ore.
Alle 4 in stazione, costeggi il treno e senti il brusio misterioso delle persone già dentro; quando prendi posto ancora non vedi i volti dei compagni di viaggio, non c’è luce, ne percepisci le sagome. Poi il sole rosa, che sorge fra monti di granito, illumina e scalda, accende la vita. Come mai tutti comprano sacchetti vuoti? Anche in aperta campagna, il treno si ferma scatenando vivacissimi mercati, frenetiche e divertenti trattative mentre dai finestrini volano colorati ortaggi e pollame ruspante! Noi stessi scopriremo di esser seduti sopra due rassegnate galline… Che spassosa girandola di umanità!
Stupisce sempre il contatto con la mentalità africana: l’Ihla de Mozambique è una stupenda isola in mezzo al mare azzurro, gioiello di architetture portoghesi, linee eleganti che nei secoli hanno elevato (a scapito di chi?) quello che chiamiamo senso della civiltà. Oggi ovunque vi prevale la decadenza, case e palazzi fatiscenti, divelti, crollati, disordine, sporco, ma vita e atmosfere magiche.
A Quelimane le strade del centro non hanno buchi, ma vere e proprie voragini, dei crateri.
Lo storico e lussuoso Grand Hotel della città di Beira è stato saccheggiato e ora accoglie migliaia di persone che ci vivono stipati, senza luce, acqua e servizi igienici…
Un signore disse a Padre Luciano: io preferisco vivere 40 anni senza correre e godendomi la famiglia, che non 60 anni come voi, stressati e pieni di ansie e problemi.
Il minimo indispensabile per la sopravvivenza. Tante cose per noi importanti, per loro sono inutili. Le priorità sono altre: mangiare. Giusto? Sbagliato? Chissà, intanto lasciamoli vivere, andiamocene dall’Africa, multinazionali, missioni, via tutti. Dopo averla schiavizzata, colonizzata e globalizzata, ora lasciamo che viva il suo percorso storico, la sua evoluzione del pensiero. Ci vorranno secoli? Noi abbiamo impiegato duemila anni…
Il bresciano Padre Luciano accudisce 40 ragazzi che ha raccolto dalla strada e, con i propri compensi di geometra (non riceve denaro dalla Chiesa), li mantiene per tutti gli studi fino a quando non hanno trovato un lavoro. Uno di loro, dopo un soggiorno in Italia, gli ha detto che non vivrebbe mai nel nostro Paese. Come mai? Perché in Italia c’è una grave malattia. E quale? Da voi i bambini hanno tutto, ma sono tristi e si lamentano sempre…
E’ vero, quelli africani non fanno i capricci, sono compiti, negli scomodissimi bus locali stanno per ore immobili e senza fiatare.
Come più in generale diceva uno scrittore romano, per le condizioni in cui vive, la razza africana è senz’altro superiore alle altre…
er murena
viaggio di agosto 2009