Ritorno in Sudamerica; l’Ecuador, seppur piccolo, racchiude tutti i possibili scenari geografici, l’Oceano Pacifico, le Ande, l’Amazzonia.
E’ proprio immersi nella foresta che cominciamo il nostro giro (siamo in 4), nella Riserva di Cuyabeno, molto vicino al confine con la Colombia.
La navigazione sui fiumi ci conduce nel cuore della selva, dove, sovrastati da cedri maestosi, visitiamo i villaggi indigeni, sempre circondati da coloratissime farfalle (anche grandi più di una mano).
In piroga attraversiamo piccoli canali e scopriamo lo spettacolare “bosco sull’acqua”, con alberi e nuvole che si riflettono come pennellati dal miglior artista. Dopo aver incontrato pappagalli, scimmie, piccoli boa, caimani, piranha e uccelli variopinti, eccoci finalmente in laguna, dove ci tuffiamo davanti a un rosso tramonto.
La notte è un ammaliante concerto di canti e suoni della natura, i più inverosimili, indimenticabili.
Dopo uno dei tanti trasferimenti in bus pubblico, arriviamo sulle Ande.
Banos è una bella cittadina in una valle stretta, ai piedi di un vulcano. Da qui, in bicicletta scendiamo lungo una verde valle, la cui parte bassa forma una gola, nella quale precipitano delle bellissime cascate.
Ad Alausì, dopo un imprevisto mercato, prendiamo il famoso treno che, grazie a un antico sistema di scambi unico al mondo, scende a strapiombo verticale sul versante della valle, così ripido da chiamarsi Nariz del Diablo.
Cuenca è un’affascinante città coloniale, molto vivace, simbolo del benessere che vive questo Paese.
Lì vicino c’è il Cajas, un incantevole parco punteggiato da centinaia di laghetti. Camminando fra lama e cavalli selvaggi, ho visto decine di varietà di fiori, muschi e arbusti colorati, un incredibile giardino botanico con boschi di quinoa, l’unico, bellissimo albero che può crescere qui, a quasi 4.000 metri.
Dopo il movimentato mercato di Saquisili, ecco la meraviglia: la Laguna di Quilotoa. Un enorme cratere vulcanico a 3.850 m, e sul fondo (400 m più in basso) un placido lago di acqua verde smeraldo! Spettacolare. Il giro completo del cratere è una delle più belle camminate che abbia mai fatto, tutta sul preciso filo di cresta, sentiero, roccette e sabbia: da un lato il pendio scosceso giù verso l’acqua, dall’altro valli sterminate, canyon e campi coltivati fino a 3.700 metri. Strepitoso.
Subito dopo, in un paesino sperduto, assistiamo a una festosa sagra, con tanto di disordinata corrida, bande che si alternano a suon di tamburi, trombe e tromboni a dare ritmo ai balli della folla, e fiumi di alcol, birra e succhi di mele fermentati. Sono tutti campesinos, poverissimi, ubriachi e contenti, che trovano nella festa e nell’ebbrezza quel momento stordito in cui dimenticare la dura vita che conducono. Vite che non hanno aspettative al di fuori della pura sussistenza. Tornano i soliti interrogativi e rifletto.
I vulcani. Quando le nubi lo permettono, il Cotopaxi (5.897 m) si mostra reale nella sua bianca e perfetta forma conica. Faccio acclimatamento presso il rifugio a 4.800 m (in macchina si arriva a 4.500), mentre 2 dei miei amici, con la guida ed enorme fatica, arrivano in vetta sempre avvolti nelle nuvole, sfortunatamente senza poter vedere alcun scorcio di panorama.
Sono davvero emozionato quando affronto da solo, con la guida Ivo, il Chimborazo (6.310 m). Arriviamo in macchina a 4.800 e poi al rifugio a 5.000, ma ancora non riesco a vederlo, è sempre coperto. Quando il secondo giorno, dopo un’oretta di cammino, finalmente si svela maestoso davanti a me, è indescrivibile, lo stupore mi pervade e io non riesco a trattenere la gioia.
Ahimè, da lì in poi i pendii diventano più ripidi, 40-45 gradi minimi e costanti, il ghiaccio è ottimo, ma comincio ad avere poco fiato.
Come previsto, arriviamo a 5.600 e mi immagino di trovare una sorta di “avvallamento”, un pianoro, dove ci mettiamo? In pieno pendio Ivo comincia a picconare come un pazzo, io lo aiuto molto poco, non ho abbastanza energie, e lui prepara la grande “buca”. Montiamo la tenda, mangiamo e riposiamo, per modo di dire. La notte sarà breve e agitata.
Siamo nuovamente avvolti dalle nuvole, in tenda fa -3, ma quello che non dimenticherò mai è il vento, forte e assordante, un suono fragoroso, inquieto e angosciante, ho avuto quasi paura che portasse via la tenda con noi dentro!
Quando all’1 e mezza usciamo, sono ancora attonito, in cielo ci sono miliardi di stelle, così vicine riescono a illuminare gli altopiani circostanti, non una nuvola, brillano le luci di città lontane. Entusiasmante.
Sì, ma il pendio attacca subito, non si placa. Si sta bene, il -10 non è un problema. Cammino a testa bassa, concentrandomi sulla respirazione e sulla velocità più lenta possibile, mai abbastanza, ma quando alzo lo sguardo Ivo è sempre esattamente sopra di me, non davanti, ma sopra.
Sono lento, il fiatone e un leggero ma fastidioso mal di reni non mi danno tregua (mi sa che ho pasticciato con due farmaci), per cui decido che è inutile strapazzarsi troppo (alla mia età poi!), e preferisco fermarmi a 6.000 metri. Sono le 5 (comunque mi perderei anche l’alba dalla vetta). Va bene così, sono felice ugualmente.
Alle 6 siamo già alla tenda, albeggia ed è uno spettacolo, colori superbi, panorama infinito.
Anche un effetto visivo che non avevo mai visto prima: il sole sorge dietro il vulcano e proietta la sua ombra conica davanti a me, ma sull’aria, sul cielo, e non sul terreno!
Con calma arriviamo al rifugio, sono le 7:30, c’è ancora un bel sole e il Chimborazo è meraviglioso.
Riposo, rientriamo, prendo subito un bus e alla sera sono già a Quito, neanche troppo stanco, con gli occhi ancora pieni di stupore e gratitudine…
La capitale è bellissima, caotica come tutte le metropoli, ma allegra, vivace, adagiata in una valle (a 2.850 m!) è lunga oltre 50 km! Il centro coloniale è perfettamente restaurato, palazzi antichi, colori pastello, decorazioni vive, belle chiese barocche ovunque, e una notevole basilica neogotica; dai suoi campanili e dalla collina, il panorama sulla città si perde a vista d’occhio.
Infine il famoso mercato di Otavalo, dove, nell’area del bestiame, sono simpatiche le signorotte che passeggiano con al guinzaglio un bel maiale da vendere!
I mercati sono sempre il luogo in cui incontrare l’essenza di un popolo, o almeno una parte di essa. Ovunque la gente è veramente cordiale, disponibile, tutti si salutano e si parlano come se si conoscessero da sempre, e lo stesso con noi ospiti. Pensavo ai boliviani, chiusi e arrabbiati, per il clima più freddo e la povertà. L’Ecuador gode di un discreto benessere (petrolio, gas, banane e i bonifici degli emigrati), è forse solamente questo che li aiuta a vivere con tale “serenità”?
er murena
agosto 2008