MOZAMBICO quale strada per l’Africa

“Cosa vai a fare in Mozambico?”
Vado a vedere come vivono i mozambicani.
“Ma sono poveri, disperati, è pericoloso…”
Questo pregiudizio è molto diffuso qui da noi, ma non corrisponde alla realtà.
I popoli africani che ho conosciuto (così come quelli asiatici) nella loro “povertà” mantengono una purezza dell’anima a noi ignota.
Anche stavolta non abbiamo corso alcun pericolo, la criminalità quasi non esiste, e comunque molto meno che da noi. Ci invidiano? L’uomo bianco è sempre quello ricco, ma non c’è rancore, odio (neanche verso gli ex colonizzatori), bensì rispetto e ospitalità.

Non solo la gente è stupenda in Mozambico, lo sono anche i luoghi.
Siamo in due, in itinere, con mezzi pubblici e autostop; minibus e camion aperti che trasportano di tutto, sacchi, legname e animali. Un giro di circa 2.900 chilometri.
La verdissima Guruè, nella sua quiete idilliaca, ai piedi delle montagne, adagiata fra dolci colline ricoperte di piantagioni di te’.
Il villaggio di Pangane, dove si vive di pesca, in una manciata di capanne sparse sotto migliaia di palme raggianti.
Qua e là funambolici torrioni di granito, maestosi baobab, natura selvaggia e ovunque villaggi brulicanti di vita.
L’Arcipelago delle Quirimbas, verdi isole con spiagge di sabbia bianca e mare azzurrissimo, dove i trasporti dipendono da venti e maree.   Così, rientrando da una gita in dhow (le barche a vela tipiche della zona), becchiamo il mare mosso, dondoliamo fra le onde che ci inzuppano, e prendiamo una paura oceanica!
Un altro giorno, dopo ore di lenta navigazione, il vento svanisce del tutto, si dimentica di noi e arriviamo all’isola di Ibo in piena notte.   Indimenticabile però il profilo scuro della vela che, scricchiolando, si staglia contro la via lattea e miliardi di stelle.
Ma ecco che la barca si insabbia, cavoli, le luci sono lontane, manca ancora mezzo chilometro all’isola! Impavidi ci lanciamo, acqua alle ginocchia, zaini in spalla e via, una bella camminata notturna… Le stelle si riflettono tutte sull’acqua, e a ogni passo, fuggono via come lucciole impaurite.

Che bella l’esperienza del viaggio in treno, da Cuamba a Nampula, 3° classe, 357 km, 11 ore.
Alle 4 in stazione, costeggi il treno e senti il brusio misterioso delle persone già dentro; quando prendi posto ancora non vedi i volti dei compagni di viaggio, non c’è luce, ne percepisci le sagome. Poi il sole rosa, che sorge fra monti di granito, illumina e scalda, accende la vita.   Come mai tutti comprano sacchetti vuoti? Anche in aperta campagna, il treno si ferma scatenando vivacissimi mercati, frenetiche e divertenti trattative mentre dai finestrini volano colorati ortaggi e pollame ruspante! Noi stessi scopriremo di esser seduti sopra due rassegnate galline… Che spassosa girandola di umanità!

Stupisce sempre il contatto con la mentalità africana: l’Ihla de Mozambique è una stupenda isola in mezzo al mare azzurro, gioiello di architetture portoghesi, linee eleganti che nei secoli hanno elevato (a scapito di chi?) quello che chiamiamo senso della civiltà.   Oggi ovunque vi prevale la decadenza, case e palazzi fatiscenti, divelti, crollati, disordine, sporco, ma vita e atmosfere magiche.
A Quelimane le strade del centro non hanno buchi, ma vere e proprie voragini, dei crateri.
Lo storico e lussuoso Grand Hotel della città di Beira è stato saccheggiato e ora accoglie migliaia di persone che ci vivono stipati, senza luce, acqua e servizi igienici…

Un signore disse a Padre Luciano: io preferisco vivere 40 anni senza correre e godendomi la famiglia, che non 60 anni come voi, stressati e pieni di ansie e problemi.
Il minimo indispensabile per la sopravvivenza. Tante cose per noi importanti, per loro sono inutili. Le priorità sono altre: mangiare.   Giusto? Sbagliato? Chissà, intanto lasciamoli vivere, andiamocene dall’Africa, multinazionali, missioni, via tutti. Dopo averla schiavizzata, colonizzata e globalizzata, ora lasciamo che viva il suo percorso storico, la sua evoluzione del pensiero. Ci vorranno secoli? Noi abbiamo impiegato duemila anni…

Il bresciano Padre Luciano accudisce 40 ragazzi che ha raccolto dalla strada e, con i propri compensi di geometra (non riceve denaro dalla Chiesa), li mantiene per tutti gli studi fino a quando non hanno trovato un lavoro.   Uno di loro, dopo un soggiorno in Italia, gli ha detto che non vivrebbe mai nel nostro Paese. Come mai? Perché in Italia c’è una grave malattia. E quale? Da voi i bambini hanno tutto, ma sono tristi e si lamentano sempre…
E’ vero, quelli africani non fanno i capricci, sono compiti, negli scomodissimi bus locali stanno per ore immobili e senza fiatare.
Come più in generale diceva uno scrittore romano, per le condizioni in cui vive, la razza africana è senz’altro superiore alle altre…

er murena

ETIOPIA Bambini nella polvere

Se gli etiopi ormai sfiorano ufficialmente i 90 milioni, almeno 60 devono essere bambini.

E’ disarmante, ogni volta ti chiedi: ma quanti cavolo sono?

Anche nelle zone più aride, desolate e sperdute, non c’è pezzo di terra dove non vi sia almeno una capanna; ed ecco che spuntano fuori branchi di bambini gridanti, ti corrono incontro anche solo per guardarti da vicino, gioiscono quando li saluti, gli doni una bottiglia di plastica o giochi con loro, indossano vestiti ridotti a straccio.

Pochi giocano a calcio con palloni di stoffa, sui sassi, fra le mucche e le capre, a piedi nudi.

Ne abbiamo conosciuti alcuni che tutte le mattine camminando scendono a valle e impiegano 3 ore per arrivare a scuola.

Dove le classi hanno mediamente 60 bambini, ma fuori ne vedi ancora all’infinito.

E camminano. Salita o discesa non fa differenza.

Lavorano…   e tanto.

A 4 anni già li vedi fare i pastori, in luoghi remoti, ben lontano da casa. E camminano.

Trasportano di tutto sulla schiena, cosa che le ragazze faranno poi per tutta la vita: gerle, orci, sacchi, rami, legna. E camminano.

Si riversano in strada, dove tutti camminano in mezzo, non abituati alle pochissime macchine, ma ai muli.

Gli Africani camminano, camminano, camminano…

Siamo in tre, con la solita ormai storica Toyota Land Cruiser dell’85 e l’autista Haile.

Ci accolgono le cascate del Nilo Blu, che fanno un salto di circa 40 metri, fra colli e campi verdeggianti.

Nelle chiese del Lago Tana, quando assistiamo alle preghiere cantate di monaci e fedeli, cominciamo a percepire la spiritualità di questo popolo, soprattutto qui al nord.

A Gondar, ci siamo stupiti di fronte agli affreschi della chiesa di Debra Berhan Selassie, e nel visitare il centro imperiale fortificato, di inizio ‘600, un vero castello “medioevale” nel mezzo dell’altopiano africano.

Nel Parco dei Monti Simien ci sono enormi canyon, con maestose pareti rocciose, ampi valloni e slanciate torri di pietra.  Babbuini gelada, aquile e stambecchi; il paesaggio è selvaggio e abbastanza brullo nonostante la quota: arriviamo a 4.400 m. Dormiamo mille metri più in basso e la stellata è magica. Siamo ospiti di una famiglia che ci prepara il tradizionale caffè, e per la prima volta in vita mia… ne bevo uno anch’io!!!

Ad Axum non ci sono solo gli antichi obelischi, ma anche stupende chiese e interessanti siti archeologici.  Una città molto vivace, nella quale, pur essendo abbastanza grande, donne e ragazze vanno ad approvigionarsi dell’acqua in una grande vasca pubblica; è un rito quotidiano, come quello di caricarsi sulla schiena la tanica piena di trenta litri…

Comunque ci capiterà più volte di incontrare intere città che rimangono senza acqua ed elettricità per molte ore.

Eccoci all’estremo nord, nel Tigray, a pochi passi dall’Eritrea. Qui, in un territorio piatto, sassoso, quasi desertico, si elevano imponenti blocchi di roccia arenaria, sui quali, non si sa esattamente in che periodo, i religiosi hanno “creato” delle straordinarie chiese rupestri; queste sono letteralmente scavate nel mezzo delle pareti verticali della montagna!   Vi si accede dopo aver arrampicato nel vero senso della parola, sulle cenge si aprono piccole porticine in legno e dentro meravigliosi affreschi!

Tutto in uno scenario di panorami mozzafiato!

Isolamento totale, natura assoluta: il luogo ideale per la meditazione…

(Debre Damo, Abuna Yemata, Maryam Korkor, Daniel Korkor).

E come ciliegina sulla torta, l’incontro con un azalai, elegantissima carovana di dromedari che trasportano blocchi di sale estratto nel deserto!

Dopo mille vallate e villaggi, ecco infine la mitica Lalibela, città sacra per i cristiano ortodossi etiopi; vi giungiamo due giorni prima del loro Natale e facciamo in tempo a osservare le migliaia di fedeli i quali, sempre avvolti da un telo bianco che rende tutti uguali davanti al divino, arrivano qui in pellegrinaggio, alcuni in pullman, ma molti a piedi dopo aver camminato per decine di chilometri…   Poi semplicemente “alloggiano” su madre terra, si sistemano con qualche panno sul pendio terroso, si arrangiano per cucinare qualcosa e dormono sotto le stelle… Il brusio del loro vociare mi avvolge e rapisce.

Si recano in preghiera alle 12 chiese di Lalibela, assistono alle messe e processioni, si genuflettono davanti l’immagine sacra e baciano in tre punti la croce che il prelato gli porge.

Silenzio di preghiera e festosi canti inebriano l’atmosfera, magica.

Non sono chiese qualunque qui a Labilela, sono assolutamente uniche: scavate nella roccia ocra di tufo basaltico del piccolo altopiano, ma questa volta in profondità, e quindi “riscavate” al loro interno!   La più grande è lunga 34 metri, larga 24 e alta 12 (!), quindi in una “buca” di 40 per 20, e profonda 12…   incredibile!

Con tanto di colonnati, forme a croce, finestre elaborate e giochi architettonici; nonché un intricato labirinto di gallerie e cunicoli che collegano le chiese fra loro.

Mi fermo assorto a contemplare la fortissima devozione di questo popolo, così radicata da renderlo puro, estremamente onesto.

Ancora una volta mi chiedo con quale forza la fede possa dare serenità e speranza a persone che non hanno quasi niente dalla vita (almeno visto con i nostri occhi…), che ogni giorno devono occuparsi esclusivamente della sola sopravvivenza, bere e mangiare, nient’altro, in condizioni difficili, ai limiti.   Eppure qualcosa dentro li spinge a tirare avanti comunque, con grande dignità e spirito positivo.

A volte ho avuto l’impressione che questa fede venga quasi inculcata nell’animo sin da bambini, anche con dogmi discutibili ma obbligati;  però questo credo avvenga in ogni religione.

Se poi il risultato è quello di creare gente come quella etiope, allora forse va bene così

er murena

ECUADOR dalla selva ai ghiacci

Ritorno in Sudamerica; l’Ecuador, seppur piccolo, racchiude tutti i possibili scenari geografici, l’Oceano Pacifico, le Ande, l’Amazzonia.

E’ proprio immersi nella foresta che cominciamo il nostro giro (siamo in 4), nella Riserva di Cuyabeno, molto vicino al confine con la Colombia.
La navigazione sui fiumi ci conduce nel cuore della selva, dove, sovrastati da cedri maestosi, visitiamo i villaggi indigeni, sempre circondati da coloratissime farfalle (anche grandi più di una mano).
In piroga attraversiamo piccoli canali e scopriamo lo spettacolare “bosco sull’acqua”, con alberi e nuvole che si riflettono come pennellati dal miglior artista.   Dopo aver incontrato pappagalli, scimmie, piccoli boa, caimani, piranha e uccelli variopinti, eccoci finalmente in laguna, dove ci tuffiamo davanti a un rosso tramonto.
La notte è un ammaliante concerto di canti e suoni della natura, i più inverosimili, indimenticabili.
Dopo uno dei tanti trasferimenti in bus pubblico, arriviamo sulle Ande.
Banos è una bella cittadina in una valle stretta, ai piedi di un vulcano. Da qui, in bicicletta scendiamo lungo una verde valle, la cui parte bassa forma una gola, nella quale precipitano delle bellissime cascate.
Ad Alausì, dopo un imprevisto mercato, prendiamo il famoso treno che, grazie a un antico sistema di scambi unico al mondo, scende a strapiombo verticale sul versante della valle, così ripido da chiamarsi Nariz del Diablo.
Cuenca è un’affascinante città coloniale, molto vivace, simbolo del benessere che vive questo Paese.
Lì vicino c’è il Cajas, un incantevole parco punteggiato da centinaia di laghetti. Camminando fra lama e cavalli selvaggi, ho visto decine di varietà di fiori, muschi e arbusti colorati, un incredibile giardino botanico con boschi di quinoa, l’unico, bellissimo albero che può crescere qui, a quasi 4.000 metri.
Dopo il movimentato mercato di Saquisili, ecco la meraviglia: la Laguna di Quilotoa. Un enorme cratere vulcanico a 3.850 m, e sul fondo (400 m più in basso) un placido lago di acqua verde smeraldo! Spettacolare. Il giro completo del cratere è una delle più belle camminate che abbia mai fatto, tutta sul preciso filo di cresta, sentiero, roccette e sabbia: da un lato il pendio scosceso giù verso l’acqua, dall’altro valli sterminate, canyon e campi coltivati fino a 3.700 metri. Strepitoso.
Subito dopo, in un paesino sperduto, assistiamo a una festosa sagra, con tanto di disordinata corrida, bande che si alternano a suon di tamburi, trombe e tromboni a dare ritmo ai balli della folla, e fiumi di alcol, birra e succhi di mele fermentati. Sono tutti campesinos, poverissimi, ubriachi e contenti, che trovano nella festa e nell’ebbrezza quel momento stordito in cui dimenticare la dura vita che conducono. Vite che non hanno aspettative al di fuori della pura sussistenza. Tornano i soliti interrogativi e rifletto.
I vulcani. Quando le nubi lo permettono, il Cotopaxi (5.897 m) si mostra reale nella sua bianca e perfetta forma conica. Faccio acclimatamento presso il rifugio a 4.800 m (in macchina si arriva a 4.500), mentre 2 dei miei amici, con la guida ed enorme fatica, arrivano in vetta sempre avvolti nelle nuvole, sfortunatamente senza poter vedere alcun scorcio di panorama.
Sono davvero emozionato quando affronto da solo, con la guida Ivo, il Chimborazo (6.310 m). Arriviamo in macchina a 4.800 e poi al rifugio a 5.000, ma ancora non riesco a vederlo, è sempre coperto. Quando il secondo giorno, dopo un’oretta di cammino, finalmente si svela maestoso davanti a me, è indescrivibile, lo stupore mi pervade e io non riesco a trattenere la gioia.
Ahimè, da lì in poi i pendii diventano più ripidi, 40-45 gradi minimi e costanti, il ghiaccio è ottimo, ma comincio ad avere poco fiato.
Come previsto, arriviamo a 5.600 e mi immagino di trovare una sorta di “avvallamento”, un pianoro, dove ci mettiamo? In pieno pendio Ivo comincia a picconare come un pazzo, io lo aiuto molto poco, non ho abbastanza energie, e lui prepara la grande “buca”. Montiamo la tenda, mangiamo e riposiamo, per modo di dire. La notte sarà breve e agitata.
Siamo nuovamente avvolti dalle nuvole, in tenda fa -3, ma quello che non dimenticherò mai è il vento, forte e assordante, un suono fragoroso, inquieto e angosciante, ho avuto quasi paura che portasse via la tenda con noi dentro! :-)
Quando all’1 e mezza usciamo, sono ancora attonito, in cielo ci sono miliardi di stelle, così vicine riescono a illuminare gli altopiani circostanti, non una nuvola, brillano le luci di città lontane. Entusiasmante.
Sì, ma il pendio attacca subito, non si placa. Si sta bene, il -10 non è un problema. Cammino a testa bassa, concentrandomi sulla respirazione e sulla velocità più lenta possibile, mai abbastanza, ma quando alzo lo sguardo Ivo è sempre esattamente sopra di me, non davanti, ma sopra.
Sono lento, il fiatone e un leggero ma fastidioso mal di reni non mi danno tregua (mi sa che ho pasticciato con due farmaci), per cui decido che è inutile strapazzarsi troppo (alla mia età poi!), e preferisco fermarmi a 6.000 metri. Sono le 5 (comunque mi perderei anche l’alba dalla vetta). Va bene così, sono felice ugualmente.
Alle 6 siamo già alla tenda, albeggia ed è uno spettacolo, colori superbi, panorama infinito.
Anche un effetto visivo che non avevo mai visto prima: il sole sorge dietro il vulcano e proietta la sua ombra conica davanti a me, ma sull’aria, sul cielo, e non sul terreno!
Con calma arriviamo al rifugio, sono le 7:30, c’è ancora un bel sole e il Chimborazo è meraviglioso.
Riposo, rientriamo, prendo subito un bus e alla sera sono già a Quito, neanche troppo stanco, con gli occhi ancora pieni di stupore e gratitudine…
La capitale è bellissima, caotica come tutte le metropoli, ma allegra, vivace, adagiata in una valle (a 2.850 m!) è lunga oltre 50 km! Il centro coloniale è perfettamente restaurato, palazzi antichi, colori pastello, decorazioni vive, belle chiese barocche ovunque, e una notevole basilica neogotica;  dai suoi campanili e dalla collina, il panorama sulla città si perde a vista d’occhio.
Infine il famoso mercato di Otavalo, dove, nell’area del bestiame, sono simpatiche le signorotte che passeggiano con al guinzaglio un bel maiale da vendere!
I mercati sono sempre il luogo in cui incontrare l’essenza di un popolo, o almeno una parte di essa. Ovunque la gente è veramente cordiale, disponibile, tutti si salutano e si parlano come se si conoscessero da sempre, e lo stesso con noi ospiti.   Pensavo ai boliviani, chiusi e arrabbiati, per il clima più freddo e la povertà. L’Ecuador gode di un discreto benessere (petrolio, gas, banane e i bonifici degli emigrati), è forse solamente questo che li aiuta a vivere con tale “serenità”?
er murena

GRECIA ma pochissimo mare!

La “fortunata” combinazione che il nostro ponte primaverile quest’anno coincidesse con la Pasqua ortodossa, mi ha indotto a visitare la meno conosciuta Grecia centrale.

Ecco che all’antico monastero di Osios Loukas assistiamo alla celebrazione del Venerdì Santo: avvolti da infiniti cori di melodie che ricordano lontanamente quelle gregoriane, i fedeli greci in processione passano sotto un baldacchino ricoperto di fiori, baciano le icone sacre, ascoltano in devozione le parole del monaco, che al termine sembra benedirli personalmente quando distribuisce a ognuno una manciata di fiori recisi, come augurio di buona fortuna.

Dopo la classica visita al sito archeologico di Delfi, finalmente arriviamo alle Meteore, sotto la pioggia. Qui passiamo due giorni a bocca aperta dallo stupore. Una spettacolare foresta di enormi torri di roccia apparentemente liscia, alte dai 30 ai 200 metri, che si elevano dal bosco e creano uno scenario unico. E ideale per la meditazione… I primi eremiti vi si rifugiarono a partire dall’XI secolo, mentre dal XIV, con scale e argani, furono costruiti veri e propri monasteri sulla sommità delle torri. Se nel ‘500 questi erano 24, oggi ne sono rimasti 6, ma uno più bello dell’altro, ancora abitati dai monaci ortodossi, tutti esposti sull’orlo del precipizio (!), con antiche chiese meravigliosamente affrescate, e un’atmosfera quasi magica; la stessa vissuta durante la cerimonia del Sabato Santo, quando la condivisione della fiamma dei ceri simboleggia la Rinascita…..
Giriamo fra le montagne di Metsovo, con boschi, fiumi e ponti in pietra, e Ioannina, col suo lago, la quieta e verde isola di Nisì, ed eccoci nel parco montano di Zagòria, a due passi dall’Albania.  Si apre davanti a noi il Vikos Canyon, una maestosa gola lunga una dozzina di chilometri, larga dai 20 ai 100 metri, con imponenti pareti rocciose di 500 metri e sul fondo un fitto bosco verdissimo. Spettacolo della Natura!
L’escursione è finalmente accompagnata dal sole, e due punti panoramici mozzafiato ci permettono di camminare su una cengia nel mezzo del muro di roccia, a strapiombo sul canyon! Fantastico, non riusciamo a venirne via…
Si scende veloci lungo la costa ovest, un tuffo nel mare di Tourlida, lo storico borgo di Lepanto, e Atene con l’Acropoli…
Deh, non si dica che in Grecia c’è solo il mare bello… neh !!!
er murena

India, ORISSA, ingoiato per migliorare

In India, si sa, può accadere di tutto.
Un popolo meraviglioso, cordiale e generoso; ma anche qui possono esserci dei fanatici.
Ecco che, lo scorso Natale, nella sola provincia di Khandamal in Orissa, sorgono delle contestazioni in piazza contro quei cristiani che vogliono convertire gli induisti (?), con sciopero, serrata e blocco delle strade con gli alberi…
Nessun pericolo oggettivo, nessuna violenza, non avrebbero mai fatto nulla a dei visitatori stranieri, ma meglio fermarsi a riposare…
Così passiamo 25 e 26 nel nostro spartano alberghetto, quasi senza uscirne, in camere senza finestre, coccolati da amici indiani che ci riempiono di squisito cibo, mentre faccio indigestione di televisione hindi…!
Poi finalmente comincia il nostro giro verso il sud dell’Orissa, lo Stato considerato fra i più poveri dell’India, sicuramente il più “etnico” poiché vi sono numerose etnie che vivono ancora in quello stato che chiamiamo “tribale” (dove si vive di sola agricoltura e pastorizia), al punto che il governo centrale non ama si diffondano all’estero loro immagini, perché danno un’immagine troppo primitiva della nuova India supertecnologica.
Ecco perché, si dice, questi gruppi siano destinati a scomparire presto, ingoiati dal progresso e dalla “civilizzazione”, perdendo le loro antiche tradizioni, costumi e armonie, ma, forse, migliorando così la “qualità della vita”……. ?
Siamo in 3 e giriamo con la jeep e il nostro autista, quindi in assoluta libertà e, visto anche l’inizio, modificando l’itinerario di massima concordato.
I momenti dove meglio ammirare la bellezza di questi popoli sono ovviamente i mercati, autentica esplosione di colori, sguardi e vivaci trattative. Sono per noi magnetici, non vorrei mai venirne via, anche perché incantato dalla grazia femminile…
Le donne, avvolte nei loro sgargianti e coloratissimi sari, sono meravigliose, leggiadre, anche quando trasportano sul capo enormi pesi si muovono con classe ed eleganza sublime.
A seconda dell’etnia, cambia l’acconciatura (lisci, tirati all’indietro, coperti da fasce di perline, bloccati da mille pettini, rasati a zero o dolcemente arrotolati a destra), gli ornamenti (grossi anelli di alluminio al collo, collane di vecchie monete, piccole o lunghissime collane di perline colorate, tali da coprire l’intero corpo), e i pendagli (piccoli e grandi orecchini, anelli e monili alle orecchie e soprattutto al naso), sempre con decine di braccialetti colorati.
Anche qui… sono le Donne a trascinare la vita della comunità, accollandosi, oltre al ruolo di madre e regina della casa, gran parte delle attività dei mercati e tantissimi lavori pesanti.
Le abbiamo viste trasportare sulla testa fasce di legna lunghe anche 5 metri, pile di pentole e grandi vasi in terracotta (oltre che merci e ortaggi per i mercati), spaccare incessantemente pietre col martello, e riempire dei loro colori ogni tipo di cantiere, dove, coordinate e aiutate da alcuni uomini, spostano sassi, mattoni, costruiscono, muovono la terra, sopportano ogni fatica…
Di massima, agli uomini spettano i lavori più pesanti nei campi, la pesca, la pastorizia.
Un bosco fatato, magicamente perforato dai primi raggi solari, ci augura il buon anno. Fra camion e furgoni gremiti all’inverosimile, cittadine caotiche e polverose, una spettacolare alba sull’Oceano Indiano, con i pescatori sui riflessi dorati, ci riporta verso nord.
Ecco la struggente atmosfera dell’antico tempio di Konark: sembra spostarsi sulle grandi ruote, muoversi coi suoi leoni ed elefanti, parlarci con le sue figure umane sinuose e delicate, tutte incredibilmente scolpite nella pietra.
Nella città santa di Puri avvertiamo la fortissima spiritualità del popolo indiano, e visitiamo l’interessante villaggio dei pescatori, che ci colpisce anche per le abitudini dei suoi abitanti…
Dopo un’imprevedibile intervista alla televisione locale… si torna al grande contrasto: nei 2 giorni passati a Delhi scopriamo la “Shining India”… le periferie si stanno riempiendo di grattacieli e cittadelle direzionali, uno dopo l’altro mirabolanti centri commerciali, lusso sfrenato, scintillanti luci natalizie (?), simbolo dell’inarrestabile crescita economica e demografica del Paese.
Il problema è che presto non avranno acqua ed energia sufficiente per sostenerla…..
Tutto così lontano dall’Orissa…
Per noi resteranno indelebili i momenti vissuti soggiornando nei villaggi rurali del sud.
Il risveglio del mattino, con la processione di donne bellissime che, in mezzo a ciurme di bambini giocosi, chiacchierando si affannano a tirar su l’acqua dal pozzo e si allontanano elegantemente impilando i catini colmi sulla testa.
Nei laghetti e nei fiumi il rito del bucato e del lavarsi, nella natura.
Nelle piazzette lo scorrere semplice e sereno della vita di campagna.
Il granaio in cui abbiamo dormito (vicino ai topi), dove per farci posto è bastato spostare patate riso e cipolle.
Quella serata fu magica, gruppetti di famiglie si radunano nelle stradine, chinati davanti alle case, attorno a un piccolo fuocherello; ci invitano porgendoci una piccola panca, ci offrono il tè, il loro fumo, le patate dolci e un bastone di canna da zucchero da morsicare. Ascoltiamo il loro affascinante linguaggio, che sembra provenire da un altro pianeta, scherzando riusciamo a farci capire e a ridere tutti insieme…
Un piccolo angolo di India che forse non ci sarà
er murena

Cresta OSA

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Il quarto scaduto (quello che va in bicicletta solo in discesa) e il quarto cazzuto dei sottosopra alla conquista della difficilissima cresta OSA.

Un’ora e dieci per fare i 580m di dislivello dal parcheggio sopra Valmadrera fino all’attacco della via. Poi circa 3 ore e mezza per completare la cresta.

La parte piu’ difficile ? La discesa per quell’orrendo canalone Belasa.

CROAZIA sorpresa

Lungo la costa meridionale croata, da Spalato a Dubrovnik, non c’è solo il mare bellissimo, ma tante piccole meraviglie artistiche e paesaggistiche.

Ogni cittadina ha un nucleo storico perfettamente conservato, ricco di palazzi antichi, chiese stupendamente decorate, piazze che profumano di medioevo, castelli, vicoli e scorci suggestivi.

Spalato, Trogir, Stari Grad, Hvar, Korcula, Ston e Dubrovnik; quest’ultima, nonostante sia parzialmente ricostruita per i danni della guerra, è un autentico gioiello di pietra, chiusa nella sua maestosa cinta muraria. Il tutto in un territorio molto vario, verdissimo, con panorami mozzafiato.Come nell’idilliaca isola di Mljet, dove ti perdi fra l’incanto dei boschi e il blu profondo del mare…

er murena

ETIOPIA fango, plastica, Donne

Il sud dell’Etiopia, nel cuore dell’Africa nera.

Una entusiasmante esperienza di conoscenza, umanità, stupore.

In due, 21 giorni di jeep con autista, in totale libertà.

Essendo solo in due abbiamo sempre trovato da dormire in alberghetti, e abbiamo “cucinato” solamente due sere; oltre a tutti i soliti vantaggi nell’approccio con la gente del posto, nelle visite, nel dedicare tutto il tempo che volevamo allo stare con loro.

Ciò ci ha permesso di entrare veramente in contatto con gli etiopi, popolo estremamente vario (il Paese è famoso per la sua ricchezza antropologica, decine e decine di etnie, lingue e dialetti), e di scoprirne tutta la loro ospitalità e purezza d’animo, che deriva anche da una fortissima spiritualità religiosa.

Essi sono 55% cristiano ortodossi (quelli “originali”, isolati per secoli dal nord musulmano e dal resto del mondo, infatti hanno il calendario giuliano, 8 anni indietro rispetto al nostro), 40% musulmani moderati, il resto animisti.Il Paese non è mai stato del tutto colonizzato, e forse grazie a ciò ora è poco globalizzato, molte delle risorse economiche sono in mano agli etiopi, e tante piccole attività sono gestite da donne.

Da un’etnia all’altra cambiano colore della pelle e lineamenti fisici, cultura, tradizioni, ornamenti e vestiti, anche le capanne sono diverse.   Tutti vivono in reciproca armonia…

Sin dal primo giorno, mezzora dopo l’inizio della nostra visita di Addis Abeba, siamo invitati in casa da una famiglia, ci vengono presentati tutti i parenti, ci viene offerto il pranzo, il famoso caffè, ci mostrano l’album delle foto di famiglia, come fossimo vecchi amici…     ma dove siamo finiti?

Molte altre volte saremo ospitati in casa, con grande gioia della famiglia e dei vicini chiamati a raccolta per gli “ospiti speciali”, e tutto sempre senza secondi fini…..

Subito capitiamo nei pressi di una chiesa ortodossa durante una messa; attirati dai canti diffusi dagli altoparlanti ci avviciniamo in mezzo ai fedeli tutti coperti da un telo bianco, che mi invitano a entrare. Dentro l’atmosfera è surreale, la chiesa è strapiena, i cori sono assordanti, il profumo d’incenso è talmente forte che se chiudo gli occhi, ascolto e non penso, ho la sensazione di essere sublimato in uno stato di trance… Posso immaginare loro che restano lì per ore…    Aiuterà ad avvicinarsi al divino?

Attraversando fertilissime vallate verdeggianti (con le cascate Ajura), ci dirigiamo verso sud, a Chencha, dove di buon mattino, nell’atmosfera ovattata della nebbia, ci stupiamo a camminare insieme a decine di donne che fanno diversi chilometri in salita con carichi proibitivi sulla schiena: legname, ortaggi, bambù, ogni cosa. Tutto per giungere al mercato, esplosione di colori, profumi, sorrisi e vivaci conversazioni…

Le Donne… che dire.   Colonne della famiglia? Le abbiamo viste lavorare in casa, nei campi, fare i pastori, i muli come portatori, creare con la terracotta; anche se non sempre vengono valorizzate, “tirano avanti la società”, sono la vera forza, per loro è dovuto, è la loro “cultura” che glielo impone…

Laggiù essere bambini è molto diverso che da noi. Oltre a quello che non hanno, essi sono grandi lavoratori: gridando, correva veloce dietro di noi un bambino di 4 anni, forse 3, pensavamo volesse parlarci, invece voleva recuperare una capra che si stava allontanando troppo…   Benzinai, pastori, trasportano, arano, lavorano più dei loro padri, spuntano a migliaia ovunque, anche nella savana più sperduta, e ti supplicano, con ardore, di donargli una bottiglia di plastica vuota… a loro servirà per l’acqua, per loro è così importante…..

Sempre verso sud, mi sveglio di soprassalto da una pennichella in jeep (!), e vedo intorno a me uomini con volti e braccia dipinti, orecchini e fermacapelli colorati, piume in testa, fasce e bracciali.   Le donne vestono con pelli di capra, migliaia di perline pendenti, collane di conchiglie, fasci di braccialetti di rame, placchette di alluminio alle orecchie e capelli intrecciati finemente con burro e argilla…    ma dove sono finito? e in che epoca???

Siamo entrati nella regione del famoso Omo River, dove un gran numero di etnie vive ancora seguendo antiche tradizioni e costumi, con rituali e ornamenti che si tramandano e restano gli stessi da secoli.

Quelli che noi occidentali chiamiamo “tribali” o “etnici”…

Abbiamo anche la fortuna di assistere a uno dei più famosi rituali, l’iniziazione del ragazzo che diventa uomo grazie alla prova del “salto dei tori”. Una cerimonia primordiale, dove ho avvertito la sacralità del loro rapporto con gli animali, da cui dipende la loro vita, appesa al sottile filo della pastorizia.   Gli uomini si decorano, le donne suonano trombette, danzano invasate e, strappati dei rami, si contendono l’uomo da cui farsi frustare….. sì, in quel momento si quietano, come se nulla fosse ne hanno sulla schiena i segni, con la carne rossa che fuoriesce…   Perché? Nessuno sa spiegarcelo, “è la loro cultura” ci rispondono, è uno dei tanti riti che si tramandano, e noi non saremo mai in grado di capirli veramente…..

Arriviamo fino al remoto Lago Turkana, dove perdiamo la cognizione di spazio definito, grazie a un orizzonte infinito di nuvole e sfumature; savane, villaggi e soprattutto mercati, dove si ritrovano diverse etnie, i linguaggi, i colori, gli ornamenti, vederli è una grandissima emozione…

Poi ancora il cratere vulcanico con il nero lago ricco di sale; i profondi pozzi dove i Borana faticosamente prelevano cantando l’acqua per le mandrie; il mercato del pesce sul lago di Awasa, e le verdissime montagne di Bale dove, su fango e altopiani, arrivi in jeep a 4.377 metri, in mezzo alle nuvole e spazzato via dal vento.

Natura allo stato puro: parchi ricchi di animali, foreste, acacie, fiori, sorgenti calde, cascate, magici laghi con milioni di fenicotteri, e crepuscoli da sogno.

Attraversiamo infiniti verdi campi di cereali, e ci stupiamo ancora nel vedere come le strade (ovviamente sterrate, piene di buchi e fango quando piove, ma gran parte delle persone gira scalza…) si affollino di donne e bambini, quando per raggiungere i mercati si fanno diversi chilometri belli carichi sulla schiena…  

La vita si riversa anche nei fiumi, ci si lava, si gioca, si fa il bucato, si dissetano mandrie e greggi.

Queste sono ovunque, il Paese vive esclusivamente di pastorizia e agricoltura.

Quindi, quando ciclicamente vi sono delle siccità, gli etiopi muoiono di fame…

er murena

la cordata MariAnal e la cresta G.G. OSA

Maria torna al Moregallo per la Cresta OSA; Anal ripete la cresta OSA senza istruttori (ma con Maria, molto meglio, il che è tutto dire).

Versione sintetica:

ABBIAMO FATTO TARDI MA E’ STATO MOLTO BELLO.

Versione completa (beh, quasi).

Notte al rifugio Porta con cena discreta e partita a carte. I rifugisti sembrano straniti quando gli chiedo se si può soltanto pernottare, e mangiare i cibi portati da sé (e cucinati fuori). Sarebbe un’eccellente soluzione per i mesi d’autunno e primaverili finché non avremo un equipaggiamento da spedizione extraeuropea per pernottare ai resinelli). La domanda doveva essere retorica (è un rifugio CAI…), invece…

E’ risultato tristemente evidente non solo che è più un posto da non-camminatori (ci si arriva in tre minuti a piedi dal parcheggio) ma soprattutto il fatto che i gestori, peraltro simpatici (un ragazzo romano e una ragazza di Rimini) non conoscono il regolamento C.A.I., da cui riporto un estratto (per il regolamento completo si veda http://rifugi.cai.it/strutture/regolamento):

art 17) Prezzi.
Nei rifugi del Club Alpino non esiste obbligo di consumazione.
[...]
Esclusivamente i non Soci che consumano, anche parzialmente, viveri propri, restano soggetti al pagamento di un corrispettivo, fissato dal tariffario (), per l’uso del posto a tavola all’interno del rifugio, quale contributo per il servizio di riassetto e smaltimento rifiuti.

Oltretutto non conoscono neanche i prezzi per il solo pernottamento, perché al telefono mi dicono “mah, dieci euro” mentre nel tariffario non è una quota contemplata: o sono 8,50 o sono 10,50, dipende dalla categoria.

La cosa che mi lascia più stranito è che non ci sia NESSUNO che passi la notte li portandosi da mangiare, per trovarsi il giorno dopo all’attacco dei sentieri invece che all’attacco del traffico e della strada.

MAH!

Saremo i primi noi. Gli porto una copia del regolamento firmata dal presidente del CAI.

Tornando alla pratica. L’ambizione del week end è fare contenti tutti: para-alpinisti e fidanzate: ci sono anche le bambole. Ingenuamente crediamo che si possa svegliarsi con calma, fare tutto con calma, salire noi per la via le ragazze per sentiero, trovarsi in vetta, scendere insieme.

Invece

siamo lenti a svegliarsi (ore 8 )

siamo lenti a prepararci

siamo lenti a trovare parcheggio a Valmadrera

siamo lenti a camminare per l’avvicinamento

siamo lenti a preparare tutto

siamo lenti a salire

siamo lenti a fare le manovre

perciò

abbiamo fatto la cresta “nuda e cruda” ma senza i metri finali (paretina e ponte sospeso), ottimo motivo per ripeterla.

Però anche se mi sono mancati, è stato davvero molto bello, pezzi belli esposti, arrampicata divertente, soste da attrezzare (cercare i posti, verificarli, pensare) e protezioni da mettere.

Sensazioni personali (sono sicuro che Maria metterà presto le proprie nei commenti): ho avuto un attimo di paura solo all’inizio, su un pezzetto esposto e un po’ fisico. Poi è passata ed è rimasto il divertimento, il piacere della scalata, della “sconfitta dell’esposizione” (che, cacchio, è davvero emozionante e finché non ci sei abituato complica le cose! Poi basta pensare “è sufficiente guardare in alto…” che le paure ingiustificate (tanto, i passi da fare sono uguali identici a prescindere da cosa hai sotto) si sciolgono. Anzi, si sciolgano.

Un signore che arrampica in solitaria vede che siamo lenti e dopo un po’ lo vediamo ripassare: è tornato a vedere a che punto eravamo ripetendo tutta la via. Siamo stati doppiati peggio che a mario kart.

Nota: il meteo è importante e arrampicare a 1500 con lo zero termico a 1500 e arrampicare a 1000 con lo zero termico a 3000 fa la differenza. Enorme. HO LE PROVE

Le foto arrivano quando le manda maria.

cazzo, ci siamo ancora

Grigna Meridionale (tanto per cambiare), Torrione del Pertusio, Spigolo Mir, 21 ottobre 2007.

Faceva freddo, e lo sapevamo già.

La roccia era mobile e sapevamo anche quello.

Quindi tremava tutto: la roccia e noi. Ma siamo saliti tra vari “mah”, “boh”, e “perché proprio questa via, perché proprio oggi” ma mai ansia. Freddo a chili e ostie con moderazione.

Arrivati in cima comunque abbiamo trovato le risposte. Almeno, io. La giornata era limpida e soleggiata (ma noi abbiamo arrampicato, ovviamente, per la maggior parte del tempo dal lato all’ombra dello spigolo, è ovvio. Dalla cima ventosa si vedeva il lago che luccicava splendente. Incredibilmente la foschia padana era rada (no, non incredibilmente: era il vento che oltre che raffreddarci, ha anche pulito il cielo in maniera… ragguardevole). Era bello. Chili di foto, merenda, poi giù a cercare il sentiero.

Bella giornata.

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