Il sud dell’Etiopia, nel cuore dell’Africa nera.
Una entusiasmante esperienza di conoscenza, umanità, stupore.
In due, 21 giorni di jeep con autista, in totale libertà.
Essendo solo in due abbiamo sempre trovato da dormire in alberghetti, e abbiamo “cucinato” solamente due sere; oltre a tutti i soliti vantaggi nell’approccio con la gente del posto, nelle visite, nel dedicare tutto il tempo che volevamo allo stare con loro.
Ciò ci ha permesso di entrare veramente in contatto con gli etiopi, popolo estremamente vario (il Paese è famoso per la sua ricchezza antropologica, decine e decine di etnie, lingue e dialetti), e di scoprirne tutta la loro ospitalità e purezza d’animo, che deriva anche da una fortissima spiritualità religiosa.
Essi sono 55% cristiano ortodossi (quelli “originali”, isolati per secoli dal nord musulmano e dal resto del mondo, infatti hanno il calendario giuliano, 8 anni indietro rispetto al nostro), 40% musulmani moderati, il resto animisti.Il Paese non è mai stato del tutto colonizzato, e forse grazie a ciò ora è poco globalizzato, molte delle risorse economiche sono in mano agli etiopi, e tante piccole attività sono gestite da donne.
Da un’etnia all’altra cambiano colore della pelle e lineamenti fisici, cultura, tradizioni, ornamenti e vestiti, anche le capanne sono diverse. Tutti vivono in reciproca armonia…
Sin dal primo giorno, mezzora dopo l’inizio della nostra visita di Addis Abeba, siamo invitati in casa da una famiglia, ci vengono presentati tutti i parenti, ci viene offerto il pranzo, il famoso caffè, ci mostrano l’album delle foto di famiglia, come fossimo vecchi amici… ma dove siamo finiti?
Molte altre volte saremo ospitati in casa, con grande gioia della famiglia e dei vicini chiamati a raccolta per gli “ospiti speciali”, e tutto sempre senza secondi fini…..
Subito capitiamo nei pressi di una chiesa ortodossa durante una messa; attirati dai canti diffusi dagli altoparlanti ci avviciniamo in mezzo ai fedeli tutti coperti da un telo bianco, che mi invitano a entrare. Dentro l’atmosfera è surreale, la chiesa è strapiena, i cori sono assordanti, il profumo d’incenso è talmente forte che se chiudo gli occhi, ascolto e non penso, ho la sensazione di essere sublimato in uno stato di trance… Posso immaginare loro che restano lì per ore… Aiuterà ad avvicinarsi al divino?
Attraversando fertilissime vallate verdeggianti (con le cascate Ajura), ci dirigiamo verso sud, a Chencha, dove di buon mattino, nell’atmosfera ovattata della nebbia, ci stupiamo a camminare insieme a decine di donne che fanno diversi chilometri in salita con carichi proibitivi sulla schiena: legname, ortaggi, bambù, ogni cosa. Tutto per giungere al mercato, esplosione di colori, profumi, sorrisi e vivaci conversazioni…
Le Donne… che dire. Colonne della famiglia? Le abbiamo viste lavorare in casa, nei campi, fare i pastori, i muli come portatori, creare con la terracotta; anche se non sempre vengono valorizzate, “tirano avanti la società”, sono la vera forza, per loro è dovuto, è la loro “cultura” che glielo impone…
Laggiù essere bambini è molto diverso che da noi. Oltre a quello che non hanno, essi sono grandi lavoratori: gridando, correva veloce dietro di noi un bambino di 4 anni, forse 3, pensavamo volesse parlarci, invece voleva recuperare una capra che si stava allontanando troppo… Benzinai, pastori, trasportano, arano, lavorano più dei loro padri, spuntano a migliaia ovunque, anche nella savana più sperduta, e ti supplicano, con ardore, di donargli una bottiglia di plastica vuota… a loro servirà per l’acqua, per loro è così importante…..
Sempre verso sud, mi sveglio di soprassalto da una pennichella in jeep (!), e vedo intorno a me uomini con volti e braccia dipinti, orecchini e fermacapelli colorati, piume in testa, fasce e bracciali. Le donne vestono con pelli di capra, migliaia di perline pendenti, collane di conchiglie, fasci di braccialetti di rame, placchette di alluminio alle orecchie e capelli intrecciati finemente con burro e argilla… ma dove sono finito? e in che epoca???
Siamo entrati nella regione del famoso Omo River, dove un gran numero di etnie vive ancora seguendo antiche tradizioni e costumi, con rituali e ornamenti che si tramandano e restano gli stessi da secoli.
Quelli che noi occidentali chiamiamo “tribali” o “etnici”…
Abbiamo anche la fortuna di assistere a uno dei più famosi rituali, l’iniziazione del ragazzo che diventa uomo grazie alla prova del “salto dei tori”. Una cerimonia primordiale, dove ho avvertito la sacralità del loro rapporto con gli animali, da cui dipende la loro vita, appesa al sottile filo della pastorizia. Gli uomini si decorano, le donne suonano trombette, danzano invasate e, strappati dei rami, si contendono l’uomo da cui farsi frustare….. sì, in quel momento si quietano, come se nulla fosse ne hanno sulla schiena i segni, con la carne rossa che fuoriesce… Perché? Nessuno sa spiegarcelo, “è la loro cultura” ci rispondono, è uno dei tanti riti che si tramandano, e noi non saremo mai in grado di capirli veramente…..
Arriviamo fino al remoto Lago Turkana, dove perdiamo la cognizione di spazio definito, grazie a un orizzonte infinito di nuvole e sfumature; savane, villaggi e soprattutto mercati, dove si ritrovano diverse etnie, i linguaggi, i colori, gli ornamenti, vederli è una grandissima emozione…
Poi ancora il cratere vulcanico con il nero lago ricco di sale; i profondi pozzi dove i Borana faticosamente prelevano cantando l’acqua per le mandrie; il mercato del pesce sul lago di Awasa, e le verdissime montagne di Bale dove, su fango e altopiani, arrivi in jeep a 4.377 metri, in mezzo alle nuvole e spazzato via dal vento.
Natura allo stato puro: parchi ricchi di animali, foreste, acacie, fiori, sorgenti calde, cascate, magici laghi con milioni di fenicotteri, e crepuscoli da sogno.
Attraversiamo infiniti verdi campi di cereali, e ci stupiamo ancora nel vedere come le strade (ovviamente sterrate, piene di buchi e fango quando piove, ma gran parte delle persone gira scalza…) si affollino di donne e bambini, quando per raggiungere i mercati si fanno diversi chilometri belli carichi sulla schiena…
La vita si riversa anche nei fiumi, ci si lava, si gioca, si fa il bucato, si dissetano mandrie e greggi.
Queste sono ovunque, il Paese vive esclusivamente di pastorizia e agricoltura.
Quindi, quando ciclicamente vi sono delle siccità, gli etiopi muoiono di fame…
er murena