Ritorno in Sudamerica; l’Ecuador, seppur piccolo, racchiude tutti i possibili scenari geografici, l’Oceano Pacifico, le Ande, l’Amazzonia.
Veri Alpinisti
Ritorno in Sudamerica; l’Ecuador, seppur piccolo, racchiude tutti i possibili scenari geografici, l’Oceano Pacifico, le Ande, l’Amazzonia.
La “fortunata” combinazione che il nostro ponte primaverile quest’anno coincidesse con la Pasqua ortodossa, mi ha indotto a visitare la meno conosciuta Grecia centrale.
Ecco che all’antico monastero di Osios Loukas assistiamo alla celebrazione del Venerdì Santo: avvolti da infiniti cori di melodie che ricordano lontanamente quelle gregoriane, i fedeli greci in processione passano sotto un baldacchino ricoperto di fiori, baciano le icone sacre, ascoltano in devozione le parole del monaco, che al termine sembra benedirli personalmente quando distribuisce a ognuno una manciata di fiori recisi, come augurio di buona fortuna.
Il quarto scaduto (quello che va in bicicletta solo in discesa) e il quarto cazzuto dei sottosopra alla conquista della difficilissima cresta OSA.
Un’ora e dieci per fare i 580m di dislivello dal parcheggio sopra Valmadrera fino all’attacco della via. Poi circa 3 ore e mezza per completare la cresta.
La parte piu’ difficile ? La discesa per quell’orrendo canalone Belasa.
Lungo la costa meridionale croata, da Spalato a Dubrovnik, non c’è solo il mare bellissimo, ma tante piccole meraviglie artistiche e paesaggistiche.
Ogni cittadina ha un nucleo storico perfettamente conservato, ricco di palazzi antichi, chiese stupendamente decorate, piazze che profumano di medioevo, castelli, vicoli e scorci suggestivi.
Spalato, Trogir, Stari Grad, Hvar, Korcula, Ston e Dubrovnik; quest’ultima, nonostante sia parzialmente ricostruita per i danni della guerra, è un autentico gioiello di pietra, chiusa nella sua maestosa cinta muraria. Il tutto in un territorio molto vario, verdissimo, con panorami mozzafiato.Come nell’idilliaca isola di Mljet, dove ti perdi fra l’incanto dei boschi e il blu profondo del mare…
er murena
Il sud dell’Etiopia, nel cuore dell’Africa nera.
Una entusiasmante esperienza di conoscenza, umanità, stupore.
In due, 21 giorni di jeep con autista, in totale libertà.
Essendo solo in due abbiamo sempre trovato da dormire in alberghetti, e abbiamo “cucinato” solamente due sere; oltre a tutti i soliti vantaggi nell’approccio con la gente del posto, nelle visite, nel dedicare tutto il tempo che volevamo allo stare con loro.
Ciò ci ha permesso di entrare veramente in contatto con gli etiopi, popolo estremamente vario (il Paese è famoso per la sua ricchezza antropologica, decine e decine di etnie, lingue e dialetti), e di scoprirne tutta la loro ospitalità e purezza d’animo, che deriva anche da una fortissima spiritualità religiosa.
Essi sono 55% cristiano ortodossi (quelli “originali”, isolati per secoli dal nord musulmano e dal resto del mondo, infatti hanno il calendario giuliano, 8 anni indietro rispetto al nostro), 40% musulmani moderati, il resto animisti.Il Paese non è mai stato del tutto colonizzato, e forse grazie a ciò ora è poco globalizzato, molte delle risorse economiche sono in mano agli etiopi, e tante piccole attività sono gestite da donne.
Da un’etnia all’altra cambiano colore della pelle e lineamenti fisici, cultura, tradizioni, ornamenti e vestiti, anche le capanne sono diverse. Tutti vivono in reciproca armonia…
Sin dal primo giorno, mezzora dopo l’inizio della nostra visita di Addis Abeba, siamo invitati in casa da una famiglia, ci vengono presentati tutti i parenti, ci viene offerto il pranzo, il famoso caffè, ci mostrano l’album delle foto di famiglia, come fossimo vecchi amici… ma dove siamo finiti?
Molte altre volte saremo ospitati in casa, con grande gioia della famiglia e dei vicini chiamati a raccolta per gli “ospiti speciali”, e tutto sempre senza secondi fini…..
Subito capitiamo nei pressi di una chiesa ortodossa durante una messa; attirati dai canti diffusi dagli altoparlanti ci avviciniamo in mezzo ai fedeli tutti coperti da un telo bianco, che mi invitano a entrare. Dentro l’atmosfera è surreale, la chiesa è strapiena, i cori sono assordanti, il profumo d’incenso è talmente forte che se chiudo gli occhi, ascolto e non penso, ho la sensazione di essere sublimato in uno stato di trance… Posso immaginare loro che restano lì per ore… Aiuterà ad avvicinarsi al divino?
Attraversando fertilissime vallate verdeggianti (con le cascate Ajura), ci dirigiamo verso sud, a Chencha, dove di buon mattino, nell’atmosfera ovattata della nebbia, ci stupiamo a camminare insieme a decine di donne che fanno diversi chilometri in salita con carichi proibitivi sulla schiena: legname, ortaggi, bambù, ogni cosa. Tutto per giungere al mercato, esplosione di colori, profumi, sorrisi e vivaci conversazioni…
Le Donne… che dire. Colonne della famiglia? Le abbiamo viste lavorare in casa, nei campi, fare i pastori, i muli come portatori, creare con la terracotta; anche se non sempre vengono valorizzate, “tirano avanti la società”, sono la vera forza, per loro è dovuto, è la loro “cultura” che glielo impone…
Laggiù essere bambini è molto diverso che da noi. Oltre a quello che non hanno, essi sono grandi lavoratori: gridando, correva veloce dietro di noi un bambino di 4 anni, forse 3, pensavamo volesse parlarci, invece voleva recuperare una capra che si stava allontanando troppo… Benzinai, pastori, trasportano, arano, lavorano più dei loro padri, spuntano a migliaia ovunque, anche nella savana più sperduta, e ti supplicano, con ardore, di donargli una bottiglia di plastica vuota… a loro servirà per l’acqua, per loro è così importante…..
Sempre verso sud, mi sveglio di soprassalto da una pennichella in jeep (!), e vedo intorno a me uomini con volti e braccia dipinti, orecchini e fermacapelli colorati, piume in testa, fasce e bracciali. Le donne vestono con pelli di capra, migliaia di perline pendenti, collane di conchiglie, fasci di braccialetti di rame, placchette di alluminio alle orecchie e capelli intrecciati finemente con burro e argilla… ma dove sono finito? e in che epoca???
Siamo entrati nella regione del famoso Omo River, dove un gran numero di etnie vive ancora seguendo antiche tradizioni e costumi, con rituali e ornamenti che si tramandano e restano gli stessi da secoli.
Quelli che noi occidentali chiamiamo “tribali” o “etnici”…
Abbiamo anche la fortuna di assistere a uno dei più famosi rituali, l’iniziazione del ragazzo che diventa uomo grazie alla prova del “salto dei tori”. Una cerimonia primordiale, dove ho avvertito la sacralità del loro rapporto con gli animali, da cui dipende la loro vita, appesa al sottile filo della pastorizia. Gli uomini si decorano, le donne suonano trombette, danzano invasate e, strappati dei rami, si contendono l’uomo da cui farsi frustare….. sì, in quel momento si quietano, come se nulla fosse ne hanno sulla schiena i segni, con la carne rossa che fuoriesce… Perché? Nessuno sa spiegarcelo, “è la loro cultura” ci rispondono, è uno dei tanti riti che si tramandano, e noi non saremo mai in grado di capirli veramente…..
Arriviamo fino al remoto Lago Turkana, dove perdiamo la cognizione di spazio definito, grazie a un orizzonte infinito di nuvole e sfumature; savane, villaggi e soprattutto mercati, dove si ritrovano diverse etnie, i linguaggi, i colori, gli ornamenti, vederli è una grandissima emozione…
Poi ancora il cratere vulcanico con il nero lago ricco di sale; i profondi pozzi dove i Borana faticosamente prelevano cantando l’acqua per le mandrie; il mercato del pesce sul lago di Awasa, e le verdissime montagne di Bale dove, su fango e altopiani, arrivi in jeep a 4.377 metri, in mezzo alle nuvole e spazzato via dal vento.
Natura allo stato puro: parchi ricchi di animali, foreste, acacie, fiori, sorgenti calde, cascate, magici laghi con milioni di fenicotteri, e crepuscoli da sogno.
Attraversiamo infiniti verdi campi di cereali, e ci stupiamo ancora nel vedere come le strade (ovviamente sterrate, piene di buchi e fango quando piove, ma gran parte delle persone gira scalza…) si affollino di donne e bambini, quando per raggiungere i mercati si fanno diversi chilometri belli carichi sulla schiena…
La vita si riversa anche nei fiumi, ci si lava, si gioca, si fa il bucato, si dissetano mandrie e greggi.
Queste sono ovunque, il Paese vive esclusivamente di pastorizia e agricoltura.
Quindi, quando ciclicamente vi sono delle siccità, gli etiopi muoiono di fame…
er murena
Maria torna al Moregallo per la Cresta OSA; Anal ripete la cresta OSA senza istruttori (ma con Maria, molto meglio, il che è tutto dire).
Versione sintetica:
ABBIAMO FATTO TARDI MA E’ STATO MOLTO BELLO.
Versione completa (beh, quasi).
Notte al rifugio Porta con cena discreta e partita a carte. I rifugisti sembrano straniti quando gli chiedo se si può soltanto pernottare, e mangiare i cibi portati da sé (e cucinati fuori). Sarebbe un’eccellente soluzione per i mesi d’autunno e primaverili finché non avremo un equipaggiamento da spedizione extraeuropea per pernottare ai resinelli). La domanda doveva essere retorica (è un rifugio CAI…), invece…
E’ risultato tristemente evidente non solo che è più un posto da non-camminatori (ci si arriva in tre minuti a piedi dal parcheggio) ma soprattutto il fatto che i gestori, peraltro simpatici (un ragazzo romano e una ragazza di Rimini) non conoscono il regolamento C.A.I., da cui riporto un estratto (per il regolamento completo si veda http://rifugi.cai.it/strutture/regolamento):
art 17) Prezzi.
Nei rifugi del Club Alpino non esiste obbligo di consumazione.
[...]
Esclusivamente i non Soci che consumano, anche parzialmente, viveri propri, restano soggetti al pagamento di un corrispettivo, fissato dal tariffario (), per l’uso del posto a tavola all’interno del rifugio, quale contributo per il servizio di riassetto e smaltimento rifiuti.
Oltretutto non conoscono neanche i prezzi per il solo pernottamento, perché al telefono mi dicono “mah, dieci euro” mentre nel tariffario non è una quota contemplata: o sono 8,50 o sono 10,50, dipende dalla categoria.
La cosa che mi lascia più stranito è che non ci sia NESSUNO che passi la notte li portandosi da mangiare, per trovarsi il giorno dopo all’attacco dei sentieri invece che all’attacco del traffico e della strada.
MAH!
Saremo i primi noi. Gli porto una copia del regolamento firmata dal presidente del CAI.
Tornando alla pratica. L’ambizione del week end è fare contenti tutti: para-alpinisti e fidanzate: ci sono anche le bambole. Ingenuamente crediamo che si possa svegliarsi con calma, fare tutto con calma, salire noi per la via le ragazze per sentiero, trovarsi in vetta, scendere insieme.
Invece
siamo lenti a svegliarsi (ore 8 )
siamo lenti a prepararci
siamo lenti a trovare parcheggio a Valmadrera
siamo lenti a camminare per l’avvicinamento
siamo lenti a preparare tutto
siamo lenti a salire
siamo lenti a fare le manovre
perciò
abbiamo fatto la cresta “nuda e cruda” ma senza i metri finali (paretina e ponte sospeso), ottimo motivo per ripeterla.
Però anche se mi sono mancati, è stato davvero molto bello, pezzi belli esposti, arrampicata divertente, soste da attrezzare (cercare i posti, verificarli, pensare) e protezioni da mettere.
Sensazioni personali (sono sicuro che Maria metterà presto le proprie nei commenti): ho avuto un attimo di paura solo all’inizio, su un pezzetto esposto e un po’ fisico. Poi è passata ed è rimasto il divertimento, il piacere della scalata, della “sconfitta dell’esposizione” (che, cacchio, è davvero emozionante e finché non ci sei abituato complica le cose! Poi basta pensare “è sufficiente guardare in alto…” che le paure ingiustificate (tanto, i passi da fare sono uguali identici a prescindere da cosa hai sotto) si sciolgono. Anzi, si sciolgano.
Un signore che arrampica in solitaria vede che siamo lenti e dopo un po’ lo vediamo ripassare: è tornato a vedere a che punto eravamo ripetendo tutta la via. Siamo stati doppiati peggio che a mario kart.
Nota: il meteo è importante e arrampicare a 1500 con lo zero termico a 1500 e arrampicare a 1000 con lo zero termico a 3000 fa la differenza. Enorme. HO LE PROVE
Le foto arrivano quando le manda maria.
Grigna Meridionale (tanto per cambiare), Torrione del Pertusio, Spigolo Mir, 21 ottobre 2007.
Faceva freddo, e lo sapevamo già.
La roccia era mobile e sapevamo anche quello.
Quindi tremava tutto: la roccia e noi. Ma siamo saliti tra vari “mah”, “boh”, e “perché proprio questa via, perché proprio oggi” ma mai ansia. Freddo a chili e ostie con moderazione.
Arrivati in cima comunque abbiamo trovato le risposte. Almeno, io. La giornata era limpida e soleggiata (ma noi abbiamo arrampicato, ovviamente, per la maggior parte del tempo dal lato all’ombra dello spigolo, è ovvio. Dalla cima ventosa si vedeva il lago che luccicava splendente. Incredibilmente la foschia padana era rada (no, non incredibilmente: era il vento che oltre che raffreddarci, ha anche pulito il cielo in maniera… ragguardevole). Era bello. Chili di foto, merenda, poi giù a cercare il sentiero.
Bella giornata.
Oggi ho mandato una mail di istruzioni sull’uso essenziale del blog a Maria. La mail era abbastanza dettagliata, sebbene non estremamente.
Vediamo che succede adesso.
questa la scrivo tutta in prima persona.
Dopo 5 tiri di via ero uno straccio, mi è venuta l’agitazione e mi cacavo sotto per un IV+. Abbiamo rinunciato allo spigolo marimonti per questo.
E si che avevo fatto la normale al cinquantenario con gli scarponi senza problemi (bella esperienza, sia i tiri di terzo da primo che quello di IV da secondo, delicato, ma che mi ha fatto capire una cosa enorme: non senti niente con gli scarponi, MA ANCHE QUELLI TENGONO L’IRA DIDDIO.
Va beh, sono una sega.
Mi do al golf.
Andatevene tutti affanculo.
PS era tutto spittato, non c’era niente di alpinistico, ci siamo portati i soliti giga di roba e abbiamo messo in tutto un cordino.
La cosa migliore è stato l’arrivare venerdì, gustare un tramonto meraviglioso preparando la pasta fuori, mangiare e chiacchierare col rifugista e Luiggino (dentro), andare a dormire nella seta nel rifugio.
Deserto.