Cresta OSA

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Il quarto scaduto (quello che va in bicicletta solo in discesa) e il quarto cazzuto dei sottosopra alla conquista della difficilissima cresta OSA.

Un’ora e dieci per fare i 580m di dislivello dal parcheggio sopra Valmadrera fino all’attacco della via. Poi circa 3 ore e mezza per completare la cresta.

La parte piu’ difficile ? La discesa per quell’orrendo canalone Belasa.

CROAZIA sorpresa

Lungo la costa meridionale croata, da Spalato a Dubrovnik, non c’è solo il mare bellissimo, ma tante piccole meraviglie artistiche e paesaggistiche.

Ogni cittadina ha un nucleo storico perfettamente conservato, ricco di palazzi antichi, chiese stupendamente decorate, piazze che profumano di medioevo, castelli, vicoli e scorci suggestivi.

Spalato, Trogir, Stari Grad, Hvar, Korcula, Ston e Dubrovnik; quest’ultima, nonostante sia parzialmente ricostruita per i danni della guerra, è un autentico gioiello di pietra, chiusa nella sua maestosa cinta muraria. Il tutto in un territorio molto vario, verdissimo, con panorami mozzafiato.Come nell’idilliaca isola di Mljet, dove ti perdi fra l’incanto dei boschi e il blu profondo del mare…

er murena

ETIOPIA fango, plastica, Donne

Il sud dell’Etiopia, nel cuore dell’Africa nera.

Una entusiasmante esperienza di conoscenza, umanità, stupore.

In due, 21 giorni di jeep con autista, in totale libertà.

Essendo solo in due abbiamo sempre trovato da dormire in alberghetti, e abbiamo “cucinato” solamente due sere; oltre a tutti i soliti vantaggi nell’approccio con la gente del posto, nelle visite, nel dedicare tutto il tempo che volevamo allo stare con loro.

Ciò ci ha permesso di entrare veramente in contatto con gli etiopi, popolo estremamente vario (il Paese è famoso per la sua ricchezza antropologica, decine e decine di etnie, lingue e dialetti), e di scoprirne tutta la loro ospitalità e purezza d’animo, che deriva anche da una fortissima spiritualità religiosa.

Essi sono 55% cristiano ortodossi (quelli “originali”, isolati per secoli dal nord musulmano e dal resto del mondo, infatti hanno il calendario giuliano, 8 anni indietro rispetto al nostro), 40% musulmani moderati, il resto animisti.Il Paese non è mai stato del tutto colonizzato, e forse grazie a ciò ora è poco globalizzato, molte delle risorse economiche sono in mano agli etiopi, e tante piccole attività sono gestite da donne.

Da un’etnia all’altra cambiano colore della pelle e lineamenti fisici, cultura, tradizioni, ornamenti e vestiti, anche le capanne sono diverse.   Tutti vivono in reciproca armonia…

Sin dal primo giorno, mezzora dopo l’inizio della nostra visita di Addis Abeba, siamo invitati in casa da una famiglia, ci vengono presentati tutti i parenti, ci viene offerto il pranzo, il famoso caffè, ci mostrano l’album delle foto di famiglia, come fossimo vecchi amici…     ma dove siamo finiti?

Molte altre volte saremo ospitati in casa, con grande gioia della famiglia e dei vicini chiamati a raccolta per gli “ospiti speciali”, e tutto sempre senza secondi fini…..

Subito capitiamo nei pressi di una chiesa ortodossa durante una messa; attirati dai canti diffusi dagli altoparlanti ci avviciniamo in mezzo ai fedeli tutti coperti da un telo bianco, che mi invitano a entrare. Dentro l’atmosfera è surreale, la chiesa è strapiena, i cori sono assordanti, il profumo d’incenso è talmente forte che se chiudo gli occhi, ascolto e non penso, ho la sensazione di essere sublimato in uno stato di trance… Posso immaginare loro che restano lì per ore…    Aiuterà ad avvicinarsi al divino?

Attraversando fertilissime vallate verdeggianti (con le cascate Ajura), ci dirigiamo verso sud, a Chencha, dove di buon mattino, nell’atmosfera ovattata della nebbia, ci stupiamo a camminare insieme a decine di donne che fanno diversi chilometri in salita con carichi proibitivi sulla schiena: legname, ortaggi, bambù, ogni cosa. Tutto per giungere al mercato, esplosione di colori, profumi, sorrisi e vivaci conversazioni…

Le Donne… che dire.   Colonne della famiglia? Le abbiamo viste lavorare in casa, nei campi, fare i pastori, i muli come portatori, creare con la terracotta; anche se non sempre vengono valorizzate, “tirano avanti la società”, sono la vera forza, per loro è dovuto, è la loro “cultura” che glielo impone…

Laggiù essere bambini è molto diverso che da noi. Oltre a quello che non hanno, essi sono grandi lavoratori: gridando, correva veloce dietro di noi un bambino di 4 anni, forse 3, pensavamo volesse parlarci, invece voleva recuperare una capra che si stava allontanando troppo…   Benzinai, pastori, trasportano, arano, lavorano più dei loro padri, spuntano a migliaia ovunque, anche nella savana più sperduta, e ti supplicano, con ardore, di donargli una bottiglia di plastica vuota… a loro servirà per l’acqua, per loro è così importante…..

Sempre verso sud, mi sveglio di soprassalto da una pennichella in jeep (!), e vedo intorno a me uomini con volti e braccia dipinti, orecchini e fermacapelli colorati, piume in testa, fasce e bracciali.   Le donne vestono con pelli di capra, migliaia di perline pendenti, collane di conchiglie, fasci di braccialetti di rame, placchette di alluminio alle orecchie e capelli intrecciati finemente con burro e argilla…    ma dove sono finito? e in che epoca???

Siamo entrati nella regione del famoso Omo River, dove un gran numero di etnie vive ancora seguendo antiche tradizioni e costumi, con rituali e ornamenti che si tramandano e restano gli stessi da secoli.

Quelli che noi occidentali chiamiamo “tribali” o “etnici”…

Abbiamo anche la fortuna di assistere a uno dei più famosi rituali, l’iniziazione del ragazzo che diventa uomo grazie alla prova del “salto dei tori”. Una cerimonia primordiale, dove ho avvertito la sacralità del loro rapporto con gli animali, da cui dipende la loro vita, appesa al sottile filo della pastorizia.   Gli uomini si decorano, le donne suonano trombette, danzano invasate e, strappati dei rami, si contendono l’uomo da cui farsi frustare….. sì, in quel momento si quietano, come se nulla fosse ne hanno sulla schiena i segni, con la carne rossa che fuoriesce…   Perché? Nessuno sa spiegarcelo, “è la loro cultura” ci rispondono, è uno dei tanti riti che si tramandano, e noi non saremo mai in grado di capirli veramente…..

Arriviamo fino al remoto Lago Turkana, dove perdiamo la cognizione di spazio definito, grazie a un orizzonte infinito di nuvole e sfumature; savane, villaggi e soprattutto mercati, dove si ritrovano diverse etnie, i linguaggi, i colori, gli ornamenti, vederli è una grandissima emozione…

Poi ancora il cratere vulcanico con il nero lago ricco di sale; i profondi pozzi dove i Borana faticosamente prelevano cantando l’acqua per le mandrie; il mercato del pesce sul lago di Awasa, e le verdissime montagne di Bale dove, su fango e altopiani, arrivi in jeep a 4.377 metri, in mezzo alle nuvole e spazzato via dal vento.

Natura allo stato puro: parchi ricchi di animali, foreste, acacie, fiori, sorgenti calde, cascate, magici laghi con milioni di fenicotteri, e crepuscoli da sogno.

Attraversiamo infiniti verdi campi di cereali, e ci stupiamo ancora nel vedere come le strade (ovviamente sterrate, piene di buchi e fango quando piove, ma gran parte delle persone gira scalza…) si affollino di donne e bambini, quando per raggiungere i mercati si fanno diversi chilometri belli carichi sulla schiena…  

La vita si riversa anche nei fiumi, ci si lava, si gioca, si fa il bucato, si dissetano mandrie e greggi.

Queste sono ovunque, il Paese vive esclusivamente di pastorizia e agricoltura.

Quindi, quando ciclicamente vi sono delle siccità, gli etiopi muoiono di fame…

er murena

la cordata MariAnal e la cresta G.G. OSA

Maria torna al Moregallo per la Cresta OSA; Anal ripete la cresta OSA senza istruttori (ma con Maria, molto meglio, il che è tutto dire).

Versione sintetica:

ABBIAMO FATTO TARDI MA E’ STATO MOLTO BELLO.

Versione completa (beh, quasi).

Notte al rifugio Porta con cena discreta e partita a carte. I rifugisti sembrano straniti quando gli chiedo se si può soltanto pernottare, e mangiare i cibi portati da sé (e cucinati fuori). Sarebbe un’eccellente soluzione per i mesi d’autunno e primaverili finché non avremo un equipaggiamento da spedizione extraeuropea per pernottare ai resinelli). La domanda doveva essere retorica (è un rifugio CAI…), invece…

E’ risultato tristemente evidente non solo che è più un posto da non-camminatori (ci si arriva in tre minuti a piedi dal parcheggio) ma soprattutto il fatto che i gestori, peraltro simpatici (un ragazzo romano e una ragazza di Rimini) non conoscono il regolamento C.A.I., da cui riporto un estratto (per il regolamento completo si veda http://rifugi.cai.it/strutture/regolamento):

art 17) Prezzi.
Nei rifugi del Club Alpino non esiste obbligo di consumazione.
[...]
Esclusivamente i non Soci che consumano, anche parzialmente, viveri propri, restano soggetti al pagamento di un corrispettivo, fissato dal tariffario (), per l’uso del posto a tavola all’interno del rifugio, quale contributo per il servizio di riassetto e smaltimento rifiuti.

Oltretutto non conoscono neanche i prezzi per il solo pernottamento, perché al telefono mi dicono “mah, dieci euro” mentre nel tariffario non è una quota contemplata: o sono 8,50 o sono 10,50, dipende dalla categoria.

La cosa che mi lascia più stranito è che non ci sia NESSUNO che passi la notte li portandosi da mangiare, per trovarsi il giorno dopo all’attacco dei sentieri invece che all’attacco del traffico e della strada.

MAH!

Saremo i primi noi. Gli porto una copia del regolamento firmata dal presidente del CAI.

Tornando alla pratica. L’ambizione del week end è fare contenti tutti: para-alpinisti e fidanzate: ci sono anche le bambole. Ingenuamente crediamo che si possa svegliarsi con calma, fare tutto con calma, salire noi per la via le ragazze per sentiero, trovarsi in vetta, scendere insieme.

Invece

siamo lenti a svegliarsi (ore 8 )

siamo lenti a prepararci

siamo lenti a trovare parcheggio a Valmadrera

siamo lenti a camminare per l’avvicinamento

siamo lenti a preparare tutto

siamo lenti a salire

siamo lenti a fare le manovre

perciò

abbiamo fatto la cresta “nuda e cruda” ma senza i metri finali (paretina e ponte sospeso), ottimo motivo per ripeterla.

Però anche se mi sono mancati, è stato davvero molto bello, pezzi belli esposti, arrampicata divertente, soste da attrezzare (cercare i posti, verificarli, pensare) e protezioni da mettere.

Sensazioni personali (sono sicuro che Maria metterà presto le proprie nei commenti): ho avuto un attimo di paura solo all’inizio, su un pezzetto esposto e un po’ fisico. Poi è passata ed è rimasto il divertimento, il piacere della scalata, della “sconfitta dell’esposizione” (che, cacchio, è davvero emozionante e finché non ci sei abituato complica le cose! Poi basta pensare “è sufficiente guardare in alto…” che le paure ingiustificate (tanto, i passi da fare sono uguali identici a prescindere da cosa hai sotto) si sciolgono. Anzi, si sciolgano.

Un signore che arrampica in solitaria vede che siamo lenti e dopo un po’ lo vediamo ripassare: è tornato a vedere a che punto eravamo ripetendo tutta la via. Siamo stati doppiati peggio che a mario kart.

Nota: il meteo è importante e arrampicare a 1500 con lo zero termico a 1500 e arrampicare a 1000 con lo zero termico a 3000 fa la differenza. Enorme. HO LE PROVE

Le foto arrivano quando le manda maria.

cazzo, ci siamo ancora

Grigna Meridionale (tanto per cambiare), Torrione del Pertusio, Spigolo Mir, 21 ottobre 2007.

Faceva freddo, e lo sapevamo già.

La roccia era mobile e sapevamo anche quello.

Quindi tremava tutto: la roccia e noi. Ma siamo saliti tra vari “mah”, “boh”, e “perché proprio questa via, perché proprio oggi” ma mai ansia. Freddo a chili e ostie con moderazione.

Arrivati in cima comunque abbiamo trovato le risposte. Almeno, io. La giornata era limpida e soleggiata (ma noi abbiamo arrampicato, ovviamente, per la maggior parte del tempo dal lato all’ombra dello spigolo, è ovvio. Dalla cima ventosa si vedeva il lago che luccicava splendente. Incredibilmente la foschia padana era rada (no, non incredibilmente: era il vento che oltre che raffreddarci, ha anche pulito il cielo in maniera… ragguardevole). Era bello. Chili di foto, merenda, poi giù a cercare il sentiero.

Bella giornata.

Maria e il blog

Oggi ho mandato una mail di istruzioni sull’uso essenziale del blog a Maria. La mail era abbastanza dettagliata, sebbene non estremamente.

Vediamo che succede adesso.

mi do al golf

questa la scrivo tutta in prima persona.

Dopo 5 tiri di via ero uno straccio, mi è venuta l’agitazione e mi cacavo sotto per un IV+. Abbiamo rinunciato allo spigolo marimonti per questo.

E si che avevo fatto la normale al cinquantenario con gli scarponi senza problemi (bella esperienza, sia i tiri di terzo da primo che quello di IV da secondo, delicato, ma che mi ha fatto capire una cosa enorme: non senti niente con gli scarponi, MA ANCHE QUELLI TENGONO L’IRA DIDDIO.

Va beh, sono una sega.

Mi do al golf.

Andatevene tutti affanculo.

PS era tutto spittato, non c’era niente di alpinistico, ci siamo portati i soliti giga di roba e abbiamo messo in tutto un cordino.

La cosa migliore è stato l’arrivare venerdì, gustare un tramonto meraviglioso preparando la pasta fuori, mangiare e chiacchierare col rifugista e Luiggino (dentro), andare a dormire nella seta nel rifugio.

Deserto.

Sottosopra su Alpinist

5kg di Alpinist sono oggi arrivati a casa di straminchia.

Bellissimo il disclaimer del numero 0:

Don’t do it. Look at the pictures between these covers, read the stories. Look in Leo’s eyes. Don’t be a fool. This shit kills people, takes friends, steals parents, seduces children. Maybe you won’t die climbing, but you might. We suggest golf.

Piu’ sintetico quello del numero 1, ma altrettanto efficace:

Climbing is dangerous ! You might be killed ! Better no do it ! Just read us instead !

Straminchia poi nota delle incredibili somiglianze tra alcuni suoi compari e i personaggi raffigurati nelle riviste. Giudicate voi:

Gino, evidentemente:
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Anal, indubbiamente:
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Anal e Maria:
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Maria alla fine del corso di ghiaccio ?:
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E infine due vignette: la prima non sto manco a scrivere chi mi ricorda.
La seconda invece rappresenta tutti noi quando andiamo ad arrampicare. Fantastica.

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VADEMECUM DI ANAL PER LE USCITE IN MONTAGNA.


Linee guida da prendere ovviamente con le eventuali modifiche del caso, in funzione della specifica uscita.

Così la piantiamo di dimenticarci roba. A meno che non ci dimentichiamo di leggere il vademecum. Chissà che non serva a qualcuno d’altro.

PRIMA DI TUTTO: invece di inserire le cose nello zaino mano a mano che le prepari, prepara tutto su uno spazio grande (tipo, il letto, o il pavimento).

Quindi potrai farti una idea migliore del cosa mettere dove.
Viceversa c’è il rischio che ti finisca in mano una cosa che avrebbe dovuto essere, per esempio, sotto, o al centro. E allora ti tocca o vuotare lo zaino per metterla al suo posto, o per evitare lo sbattimento metterla da un’altra parte, salvo che poi non ti ricordi dove sta, oppure ti viene in mezzo alle palle mentre ne cerchi un’altra.
La cosa ripetuta per N oggetti rende dello zaino un macello.

Altra cosa. Fai la spesa alimentare in tempo, e coordinati coi tuoi compagni su cosa portare per evitare doppioni, o peggio, fraintendimenti.

  • SE SI DORME FUORI
    • IN OGNI CASO
      • sacco letto
      • sacco lenzuolo
      • tappi per le orecchie - occhio a sentire la sveglia, mettila con la vibrazione sotto al cuscino
      • mascherina
      • fornello
      • gas
      • accendino
      • spazzolino e dentifricio
      • piatti
      • posate
      • acqua per cucinare oltre a quella da bere (conforme all’itinerario)
      • cibo completo e in abbondanza. Quanti giorni stai fuori? Ricordati
        • cena
        • colazione il giorno dopo
        • pranzo e merende
      • IN TENDA
        • tenda
        • materasso
        • telo di emergenza
    • EQUIPAGGIAMENTO DI BASE
        • vestiti adeguati al meteo previsto (considerare temperature massime e minime, precipitazioni, venti) e alla durata dell’uscita
        • scarpe indicate al tempo e alla strada (ha piovuto nei giorni precedenti?)
        • cibo adeguato alla durata dell’uscita con qualche riserva. Ricordarsi qualcosa di vitaminico. Anal può saltare questa parte, scrocca agli altri
        • cappello conforme a cosa ti aspetti di trovare. Sole? Freddo?
        • fazzoletti di carta
        • cartina
        • bussola
        • matita e carta per schizzo di rotta
        • busta impermeabile per la cartina
        • acqua
        • bastoncini telescopici
        • coltellino multiuso
        • altimetro
        • macchina fotografica carica
        • pila frontale
        • eventuali batterie di riserva per la frontale (conforme alla carica rimasta)
        • telo d’emergenza
        • guide o documentazione
        • tagliare le unghie di mani (per arrampicare) e piedi (per arrampicare e per camminare!)
        • stampare o scriversi l’itinerario in macchina (verosimilmente www.viamichelin.it) e se non è già in auto preparare  l’atlante stradale.
    • EQUIPAGGIAMENTO SPECIFICO PER USCITE TECNICHE
      • ROCCIA
        • corda (sentire gli altri pirla per le altre)
        • imbracatura
        • scarpette
        • casco
        • freno/discensore
        • piastrina
        • moschettoni
        • rinvii
        • cordini e fettucce
        • protezioni veloci
        • relazioni
      • GHIACCIO (CONTIENE COSE VALIDE ANCHE PER ROCCIA IN QUOTA, QUANDO MAI LA FAREMO)
        • occhiali da sole
        • crema solare
        • relazioni
        • lenti a contatto per le talpe
        • imbrago
        • burro cacao
        • casco
        • un paio di moschettoni
        • cordino nylon lungo per prusik
        • chiodi da ghiaccio
        • cordini di emergenza per sosta o altre puttanate imprevedibili
        • piccozza
        • ramponi
        • ghette
        • guanti
        • corda
        • ciaspole
        • eventuali ammennicoli se previsto (discensore, rinvii ecc)
    • VARIE
      • farmaci (tisana calmante)
      • soldi
      • documenti
      • tessera CAI
      • sacchetto impermeabile
      • telefono cellulare carico
      • Nintendo DS

Gran Paradiso con le ciaspole

Va beh, è una sera talmente sfigata che posso addirittura fare questo mestieraccio controvoglia. Regalatemi un monitor che non bruci gli occhi dopo otto secondi e vi scrivo tutto io.

Comunque,

Straminchia e Anal partono alla volta del Vittorio Emanuele secondo, tirano in maniera significativa anche se non da skyrunning e totalizzano un buon tempo, due ore per quasi 800 metri di dislivello, che di per se non è niente di notevole, anzi, ma con gli zaini pesanti (c’era anche il cibo per due giorni e il materiale per cucinarli, oltre a tutto il resto) e la neve molle diventa un traguardo accettabile.

La cosa ci ha permesso di fare la strada in macchina con calma e tuttavia di avere il tempo di pensare al giorno seguente. Lettura delle relazioni, delle cartine, traccia dell’itinerario. Straminchia si accorge dell’utilità di fare lo schizzo di rotta (non lo riconoscerà mai, ma è così), anal denota ancora una volta di quanto sia impedito a farlo, ma la perseveranza aiuta e prima o poi scriverò un libro sulla biologia marina, statene certi.

Andiamo fuori a provare i primi metri di schizzo di rotta e vedere l’avvicinamento al ghiacciaio, salvo che non si vede quasi niente dai 2900 in su (il rifugio è circa a 2700) quindi la pratica della bussola ne risente, eppure riusciamo a cavarne qualcosa. Il giorno dopo il meteo avrebbe dovuto essere favorevole, invece sarebbe stato addirittura peggio.

Per inciso, in due giorni il gran paradiso non l’abbiamo neanche visto.

Alla fine di tutto, al parcheggio, vedremo una imponente e elegante montagna acuminata sorgere limpida e estetica verso est. Stiamo già iniziando a ribollire di rabbia e a ucciderci a vicenda, quando Anal pensa di salvarsi la vita controllando sulla cartina. E per fortuna non era il Gran Paradiso, era la becca di Monciair, 3544mt, che il libro del CAI TCI descrive copiosamente, tra l’altro sottolineandone la bellezza da Pont, dove ci trovavamo.

Ci sono diversi itinerari per raggiungerla e ad Anal ispira parecchio, in primis perché deve essere una delle ennemila vette e ennemila vie misconosciute e misconsiderate per motivi più storici ed editoriali che non di vera bellezza.

Sto divagando.

Dopo aver chiacchierato con una coppia di simpatici francesi, rinominati Franco e Franca (tra parentesi: la erano quasi tutti francesi. Senza esagerare. La gente la salutavo di default con “bonjour”, e ci beccavo. Abbiamo sentito solo qualche voce in italiano, ed era di notte, ed erano bestemmie. Non di anal per una volta. Certo che a far casino son sempre gli italiani, che figuremmerd’).

…dopo aver chiacchierato, prepariamo gli zaini e il necessario per la colazione. Anal si meraviglia di quanto riesca ad essere ordinato.

ho fatto un ripasso di nodi (in particolare il cordino da ghiaccio e il suo utilizzo) a straminchia, la sera prima di partire, altra cosa che mi ha rigonfiato di soddisfazione.

Soprattutto perché è stata un’occasione per prenderlo per il culo.

La colazione porta via un sacco di tempo, soprattutto per la scoperta pratica fatta in quei giorni: a 2700mt l’acqua impiega un casino a bollire. Avremmo dovuto fare il the bollente la sera prima, caricare il thermos di straminchia, visto che ce lo eravamo portati, e ritrovarcelo ancora accettabilmente caldo e soprattutto già pronto la mattina seguente.

Per il resto i preparativi si completano abbastanza alla svelta e visto che comunque ci siamo alzati prestissimo siamo tra i primi a salire, anzi per un centinaio di metri di dislivello restiamo davvero i primi, poi verremo superati con DISINVOLTURA da scialpinisti che facevano meno fatica di noi ciaspolandi, facendoci così sentire due coglionazzi. Chissà in discesa, ci chiedevamo.

Però al momento non è la cosa più importante, quella è: dove andiamo?

Anal è convinto di una direzione (che poi si rivelerà effettivamente essere quella documentata dalle guide e dalle cartine) considerando eventualmente l’itinerario scialpinistico, dopotutto le condizioni sono esattamente quelle. In entrambi i casi occorreva andare verso Est.

Straminchia però non è convinto per un motivo molto semplice: vanno tutti a Nord-NordEst. Anche la traccia, parrebbe. Anal non è convinto che verso Est NON ci sia, la traccia, ma non insiste. Si adegua e segue gli altri, che ormai hanno superato, anche se continuerà a bofonchiare per un po’. Di certo aveva senso: NON SI VEDEVA UN CAZZO perciò tanto valeva provare. Anal si convince di stare risalendo la morena destra del ghiacciaio. Era effettivamente così. Almeno qualche soddisfazione. Alla fine anche la direzione stabilita da Anal si era rivelata quella ortodossa, confermato, tra l’altro dai francesi. Non importa molto all’atto pratico per inciso, serve solo a me a sentirmi contento di averla trovata. è qualcosa.

Da li a qualche centinaio di metri di dislivello nella nebbia, però, non avevamo la minima idea di dove cazzo fossimo. L’altitudine era 3500 abbondanti, la posizione sconosciuta. Si poteva intuire, ma quasi tutti tornavano indietro. Non avevamo riferimenti e abbiamo deciso di ritornare. Controvoglia. Subito dopo, incontriamo una guida che sale, dopo pochi metri di discesa. Per un attimo pensiamo di seguirli. Però ci ripensiamo a breve. E’ un tira e molla! Però io non mi fido. Ci fosse un po’ di gente ok, ma era troppo poca e anche le guide alpine muoiono. Ho bisogno di un minimo di indipendenza. Almeno qualche stralcio di visibilità per capire dove cazzo siamo. A momenti non vedevo straminchia a dieci metri (la cosa aveva degli aspetti positivi). Fossi più esperto ad andare nel “buio”, ok. Ma eravamo anche con le ciaspole sopra un ghiacciaio, e con le ciaspole sopra un ghiacciaio coperto di neve non c’ero mai stato, menchemeno su un ghiacciaio coperto di neve dove non si vede un cazzo. Insomma preferisco lasciar perdere l’idea balenata per un attimo vedendo la guida (per altro abbastanza sborona: me ne lamenterò per un po’ in discesa) e tornare indietro. Straminchia è abbastanza convinto pure lui, anche se ha una attitudine un po’ più lanciata (o un po’ meno prudente, dipende dai punti di vista). Certo, la possibilità che fosse successo qualche incidente sarebbe stata infinitesimale, insignificante, ma che ci fossero quei buchi sotto di noi è un dato oggettivo.

Ma poi: se fossimo saliti non avremmo visto niente di niente! E chissà dov’era l’attacco del pezzo di roccia, da fare nella nebbia, bah, strabah, straboh e straminchia.

Scendiamo.

Verso 2900 si torna a vedere qualcosa, arriviamo al rifugio, ci facciamo un risotto, altre chiacchiere con Franco e Franca, a una certa ora torniamo a casa su una bella strada con bella luce.

è stata comunque una buona esperienza.

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